L'Unicorno - reprints
1.
Nel XV canto dell'Inferno Brunetto Latini si rivolge a Dante con parole di alto elogio (vv. 55-60):
... Se tu segui tua stella
non puoi fallire a glorioso porto,
se ben m'accorsi nella vita bella;
e s'io non fossi sì per tempo morto,
veggendo il cielo a te così benigno,
dato t'avrei a l'opera conforto.
L'interpretazione prevalente è che qui si alluda alla grandezza intellettuale alla fama di "filosofo" e poeta che Dante si aspetta e di cui metterebbe la profezia sulle labbra dell'amato maestro. La stella sarebbe per i più la "costellazione" dei Gemelli, che favorisce l'intelligenza. Secondo alcuni Brunetto avrebbe addirittura calcolato l'oroscopo di Dante, e a questo andrebbero riferite le parole "se ben m'accorsi nella vita bella". Ma per alcuni la parola stella può essere intesa come "vocazione", nel qual caso non ci sarebbe nemmeno bisogno di scomodare l'astrologia, che per certi commentatori rischia di sminuire l'immagine del poeta.
Contrastare questa idea, adducendo gli abbondanti passi in cui la "fede" dantesca negli astri appare chiara, sarebbe facile. Ma non è questo lo scopo della presente nota: che invece vuole, anche usando argomenti di carattere astrologico, mettere in dubbio che il "glorioso porto" rappresenti la rinomanza e la grandezza intellettuale di Dante. Il poeta infatti sa bene di essere grande come poeta, e lo ripete spesso: ma nell'incontro con Brunetto si parla di un'aspetto ben più importante della sua vicenda di vita.
2.
Prima di tutto alcune considerazioni riferibili al contesto. Se le parole di Brunetto si riferissero alla fama futura di Dante, sarebbero un ben povero commento alla dichiarazione fatta dal poeta nel verso 54, immediatamente precedente a quelli che stiamo considerando:
e reducemi a ca per questo calle
"Ca", cioè casa: la casa dell'anima è (come sappiamo anche dal I canto del Paradiso), l'Empireo, il cielo quieto in cui hanno sede i beati. Il viaggio di Dante ha come obiettivo la salvezza, la visione di Dio: e se le creature si muovono nel mondo con obiettivi diversi, "a diversi porti" (Par. I, 112), quale "porto" può essere più "glorioso" di questo, verso il quale si dirige in maniera sicura "la navicella del suo ingegno" (Purg. I, 2), il "legno" che Dante, novello Giasone, guida con sicurezza nel costruire il suo poema (Par. II, 3)?
"Porto" deve quindi essere, se non si vuole attribuire a Brunetto una sconveniente incomprensione delle parole di Dante, un termine che rimanda alla metafora principale del poema, quella del Viaggio-Per-Mare. E "glorioso" è aggettivo che nel poema si riferisce prevalentemente a Dio e alle cose dello spirito: l'evocazione della "gloria di Colui che tutto move" apre il Paradiso, la "gloriosa rota" dei Beati del cielo del Sole compare in
Par. X, 75, "tal gloria" in Par. XXIII 19 è perifrasi per indicare il Paradiso; e come in Par. II, 16 sono "gloriosi" gli Argonauti "che passaro a Colco", cioè i protagonisti archetipici del "viaggio per mare" che porta alla conquista della conoscenza, così il "glorioso porto" sarà il conseguimento dell'obiettivo essenziale del viaggio dantesco, la "visio Dei intellectualis". La rinomanza terrena può anche essere una conseguenza di quest'impresa, come lo è stata per quella degli Argonauti: ma la gloria è prima di tutto e soprattutto la luce di conoscenza e di beatitudine che deriva dall'unione con Dio ("gloria in excelsis Deo")
3.
In questa prospettiva acquista un significato anche il "ma" del v. 60:
Ma quello ingrato popolo maligno
che discese di Fiesole ab antico
e tiene ancor del monte e del macigno,
ti si farà, per tuo ben far, nimico ...
Se il glorioso porto fosse la fama di poeta e di filosofo di Dante, non si vede come i fiorentini potrebbero opporsi, e ancor meno si vede il senso grammaticale dell'avversativa (ridotta, dai commentatori che la prendono in considerazione, ad una generica particella di raccordo). Se invece il glorioso porto è la salvezza di Dante, che rappresenta, non lo si dimentichi, il cristiano nella sua generalità, allora l'opposizione delle "bestie fiesolane" ha un senso. Firenze rappresenta infatti nel poema una delle forme che assume il male sulla terra, come la selva oscura dell'inizio: e il passo che meglio definisce questa connotazione "infernale" di Firenze è quello di Par. XXXI, 37-39, in cui la città nativa appare addirittura il polo opposto rispetto al Paradiso:
Io che al divino dall'umano,
all'eterno dal tempo ero venuto,
e di Fiorenza in popol giusto e sano ...
Brunetto, che in questo contesto svolge funzioni di profeta, dice dunque che il mistico viaggio di Dante, realizzazione delle aspettative che lui stesso aveva sulla base delle sue conoscenze astrologiche, avrà successo; che lui, essendo "morto" non può aiutarlo, ma se avesse potuto l'avrebbe fatto; invece ("ma") gli altri fiorentini si opporranno, per la loro natura infernale, essendo necessaria l'opposizione fra il bene e il male (vv. 64-65):
ed è ragion, chè tra li lazzi sorbi
si disconvien fruttare al dolce fico
Brunetto l'aveva capito, da vivo, e forse per questo cercava di insegnare a Dante "come l'uom s'etterna": pur rivelandosi, anche lui come Virgilio, incapace di seguire positivamente quei precetti, quali che essi fossero. Se anch'egli fece come "quei che va di notte / con la lanterna dietro" ben si capisce l'accorata pietà di Dante per lui.
4.
Su questo piano si potrebbe continuare a lungo, ma non è questa la sede per una completa lectura del XV dell'Inferno. Torno quindi al passo iniziale, per svolgere una diversa serie di considerazioni.
Brunetto dice: "se tu segui tua stella". E chi nega la valenza astrologica dell'espressione sottolinea che, in una visione deterministica, non si può non seguire gli influssi del cielo: per cui il se dovrebbe avere valore puramente fraseologico e pleonastico (e significare "dal momento che", "siccome", con notevole perdita di forza dell'intera frase).
Questo tipo di obiezione si basa su di una sostanziale incomprensione dell'astrologia, di quella medievale in genere come di quella dantesca. Si procede per opposizioni dure: libertà contro necessità, libero arbitrio contro determinismo. E, si argomenta implicitamente od esplicitamente, se Dante è cristiano, crede nel libero arbitrio e respinge quindi il determinismo astrologico; e allora gli infiniti riferimenti a questa materia nella Commedia vengono ritenuti essenzialmente "astronomici" (servirebbero quasi solo a scandire, con lussurreggiante spreco di nozioni di meccanica celeste, l'ora del giorno) o addirittura esornativi, niente più che un leggiadro utilizzo poetico di un materiale in cui Dante non poteva avere "fede".
Ma l'astrologia (quella giudiziaria, s'intende) è per Dante una scienza. La teoria degli "influssi" celesti è per lui, come per tutti i dotti, la specificazione di un principio difisica universale, quello della corrispondenza delle nature: tutto ciò che è della medesima natura tende (Par. I) allo stesso "porto", ha un comportamento analogo. Il ferro è della natura infuocata di Marte, come la perla rimanda al carattere cangiante della Luna: e ciò avviene perchè, su di un certo piano, i due oggetti, quello celeste e quello terreno, sono "uguali". E questo avviene non solo per gli oggetti "materiali", ma anche per l'anima e per i suoi movimenti (Par. I, 118-120):
Nè pur le creature che sono fuore
d'intelligenza quest'arco saetta,
ma quelle ch'hanno intelletto ed amore
Siccome gli influssi che si intrecciano nel nostro mondo sublunare sono infiniti, occorre una mappa per decifrarli. L'astrologia rappresenta questa mappa: e non a caso l'utilizzo più proprio di questa scienza nel Medioevo è stato quello medico e agricolo-metereologico (Arato aveva scritto i Fenomeni e i Pronostici, e il Pontano scriverà un trattato sulle Meteore).
Considerare gli influssi astrologici significa quindi per Dante prendere atto, con spirito scientifico e "cristiano", delle determinazioni del corpo, sede e in qualche modo matrice dell'anima. Sono queste determinazioni ciò con cui lo "spirito" deve fare i conti, assecondando le inclinazioni positive e reprimendo (o, diremmo noi oggi, sublimando) quelle negative. Il percorso di una vita nascerà da questa dialettica, che è in fondo la dialettica spirito/materia, l'interazione fondamentale del cristianesimo: una religione, non dimentichiamolo mai, fondata sul "cristo", l'uomo-Dio, lo Spirito che si incarna (e quindi redime) la materia. Cristo vince la morte: ma non lo fa negandola, bensì assumendola in sè. Così lo spirito che si salva trascende la materia: ma non ignorandola o rigettandola da sè, bensì spiritualizzandone il significato, a partire dalla conoscenza delle sue leggi che sono apparentemente meccaniche e in realtà riflettono l'amore del Cosmo per Dio.
5.
Certo, l'astrologia riflette una verità "necessaria". Nel XV del Paradiso Cacciaguida invita Dante a parlare, cioè ad "eseguire" una musica che è già scritta ab aeterno (vv. 67-69):
La voce tua sicura, balda e lieta
suoni la volontà, suoni il disio,
a che la mia risposta è già decreta
Dove è qui lo spazio per il "libero arbitrio"? Non c'è, ma solo se intendiamo "arbitrio" come "licenza assoluta", come i moderni tendono erroneamente a fare: nessun atto dell'uomo in questo nostro mondo sublunare potrà mai prescindere dagli infiniti condizionamenti "materiali" che la volontà deve subire. In realtà "libero arbitrio" è una possibilità dell'individuo a parte subjecti, una libertà psicologica di scegliere che costruisce il percorso morale della storia. Se ci poniamo, per quello che è possibile, a parte objecti, se studiamo il tessuto della storia passata o le concatenazioni di movimenti futuri degli astri, scopriamo una "necessità" che è il risultato di infiniti atti, "liberi" perchè compiuti dagli uomini in perfetta inconsapevolezza.
Che il futuro sia "scritto" negli astri non intacca quindi la libertà di scelta dell'uomo: e potrebbe dolersene solo chi volesse essere uguale a Dio, rinnovando in questo l'atto di superbia del Primo Peccatore, Lucifero. A "determinare" il futuro dell'uomo non sono "gli astri", ma l'intera trama dell'universo, e le stelle altro non fanno che esprimere quello che è per sempre (che è stato, che è, che sarà), cioè quello che la volontà di Dio vuole: la Provvidenza.
L'individuo, per quanto saggio, non può capire fino in fondo il Disegno. La vera illuminazione consisterà allora nell'abbandonarsi alla volontà di Dio (Par. III, 85):
E 'n la sua voluntade è nostra pace
Ciò non significa rifiutare la conoscenza, anzi: è noto che la Commedia è satura di scienza, e che Dante non rinuncia mai a comprendere e a spiegare. Tuttavia significa porre dei limiti alla ricerca della conoscenza, per evitare la sorte che segue il "folle volo" di Ulisse. Uno di questi limiti riguarda la conoscenza astrologica, e il non averlo rispettato, portando così "passione" al giudizio divino (mettendo in forse il disegno provvidenziale) è ciò che ha portato Guido Bonatti, con Manto, Tiresia e l'Asdente, nella quarta delle Malebolge.
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Del resto l'astrologo, che non è altro che uno scienziato umano, è incapace di decifrare con sicurezza ogni particolare del futuro "scritto" nell'oroscopo che studia. Così, mentre Cacciaguida si presenta a Dante come colui che "sa con certezza" quello che sarebbe accaduto, perchè lo ha letto in Dio, Brunetto, che da Dio è separato e ha soltanto gli strumenti della ragione e le sue conoscenze astrologiche, quando vede Dante lo saluta con una esclamazione di gioia e di stupore: "Qual maraviglia!": perchè la sua umana conoscenza è incerta, anche se profonda, ed egli non poteva sapere se Dante avrebbe seguito la "stella", quale cioè sarebbe stato l'esito delle buone disposizioni a lui elargite dal cielo. Ora può capirlo, vedendo il discepolo di fronte a sè e sapendolo guidato da Virgilio-ragione a compiere il Viaggio: e comprende che "quello" è il significato di ciò che ha letto a suo tempo nell'oroscopo di Dante.
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Infine, sono i "Gemelli" la stella a cui Brunetto si riferisce? Potrebbe essere vero, se Dante si riferisse alla sua carriera intellettuale. Non può esserlo invece, se il "glorioso porto" è la visione di Dio, l'approdo del Viaggio iniziatico: che a questo scopo i Gemelli non sono più utili di qualsiasi altro segno. Potremmo allora avanzare l'ipotesi che la stella sia semplicemente il paranatellon di Dante, cioè la stella fissa che corrisponde al grado dell'Ascendente del suo cielo, e che spesso nel Medio Evo viene considerata come una sorta di "governatore" dell'intero oroscopo. Potrebbe essere Rigel, che attualmente si trova a 15°46' di Gemelli e che nel 1265 si trovava più o meno a 5° di Gemelli: la sua natura è mista di Marte e di Giove, e secondo i testi promette fama, influenza e ricchezza (non necessariamente materiale).
Se questo fosse, potremmo costruire un ipotetico cielo di nascita di Dante (di cui non sappiamo nè il giorno nè il mese, potendo una nascita in Gemelli essere in maggio come in giugno). Se collochiamo l'ascendente a 3 o 4° di Gemelli, in modo che Rigel sia congiunta con esso, otteniamo una data di nascita corrispondente al 17 o 18 maggio 1265. Invito gli astrologi a considerare la congruità di questo cielo con quanto sappiamo di Dante e con quello che lui stesso dice quando attribuisce ai Gemelli ogni sua risorsa intellettuale: in questo segno si vengono a trovare Ascendente, Sole, Luna e Mercurio (che è quindi in domicilio, e quasi congiunto con l'Ascendente).
Non si potrebbe desiderare di più, se si vuole seguire la carriera di poeta (ma anche quella di ambasciatore). Sembra anzi, un eccesso: ma la Provvidenza con queste risorse voleva dare vita, in fondo, a Dante Alighieri.
Roberto Gagliardi
@ LUnicorno, Accademia Jaufré Rudel di studi medievali, 1994