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Malattia e miracolo nelle Cantigas de Santa Maria

E' difficile definire, oggi, quale fosse il reale ruolo della malattia e della medicina nel mondo cristiano delle origini sino a poco dopo l'anno Mille: la cura del corpo e della malattia che aveva avuto nella tarda antichità pagana l'apogeo con figure quali Galeno e Celso, modifica radicalmente il suo ruolo nel pensiero filosofico cristiano per il quale il corpo rappresenterebbe soltanto il disprezzato involucro dell'anima immortale, passando in un secondo piano, sostituita dalla cura dell'anima. Secondo il pensiero cristiano l'uomo, precipitato in terra dopo la perdita dell'Eden, inizia il suo peregrinare verso il Giudizio finale, ed ogni uomo che nasce in terra, proprio come un pellegrino, cammina inesorabilmente verso la ricongiunzione col Creatore. Ma come la strada del viator è cosparsa di ostacoli e sofferenza, così il cammino terreno dell' homo viator è cosparso di dolore e di malattie. Nella concezione cristiana della salute, quindi, la malattia non rappresenta altro che una condizione "normale" dell'uomo, macchiato dal peccato originale e votato alla sofferenza fisica. Anzi, secondo il pensiero di molti mistici, la malattia può rappresentare una via per la perfezione spirituale[1]:
"Segnor per cortesia / mandame la malsania"
ancora invocava, secoli dopo, Jacopone da Todi e le stesse regole monastiche si premunivano di punire l'eccesso di zelo autolesionista dei confratelli. La cura fisica doveva essere quindi subordinata a quella spirituale, per cui l'assistenza ai malati veniva vista come un mero atto di carità cristiana, insomma un mezzo per il credente/medico di dimostrare il proprio amore verso il prossimo malato e quindi, in ultima analisi, verso Dio.
Certamente la medicina greco-romana, con le sue complesse regole fisiologiche e terapeutiche, rimase ancora come scienza ufficiale soprattutto a livello dell'Impero d'Oriente, depositario della tradizione romana. Ma dopo il mille, con il formarsi di una "cultura mediterranea", mediata questa volta solo in parte da Bisanzio ma soprattutto e specialmente dall'Islàm, con la riscoperta dell'aristotelismo e quindi col mutare dello status dell'uomo medievale, la malattia si distacca sempre più dal mondo della fede e della colpa per divenire un'entità "autonoma", un accidente del corpo soggetto a regole precise e con regole altrettanto precise arginabile, neutralizzabile. Il mondo medievale sta cambiando: i cieli adesso mostrano a chi sa leggere le loro congiunzioni l'avvento di nuovi morbi ed epidemie, Aristotele diventa terapeuta al pari di Ippocrate e Galeno, i medici parlano latino ed arabo, si addottorano nelle grandi Facoltà di Medicina europee, vestono con lunghe palandrane. Ma se cambia il mondo intellettuale della giovane città borghese, il cambiamento è comunque lento e si diffonde gradualmente a tutta la popolazione, tant'è che ancora per molte e molte decine di anni, e per alcuni aspetti fino ai giorni nostri coesistono assieme medicina "ufficiale", rimedio magico e miracolo. Quando Pietro Ispano, per esempio, nel suo peregrinare come docente tra Montpellier e Siena scrive il "Thesaurum Pauperum", mescola mirabilmente la sua conoscenza galenico-ippocratica al sapere diremmo oggi folclorico, consigliando assieme ai rimedi puramente galenici, di mettere una calamita in tasca per evitare le liti familiari o di tenere un bulbo di satirione in mano per aumentare la propria potenza sessuale. Ed anche il miracolo è invocato come strumento per riacquistare la sanità: Santi di ogni genere, da Lucia al popputo Mamon concedono sanità ai loro devoti, ognuno con una specificità diremmo specialistica a riguardo di morbi e accidenti. La stessa Vergine Maria è grande dispensatrice di grazia terapeutica, ed i suoi miracoli, grazie anche al diffondersi del culto Mariano con i Cistercensi, aumentano di numero anno dopo anno.
In questa sede non interessa il problema del miracolo ma quello della malattia, della casistica, insomma l'epidemiologia dell'uomo del XIII secolo che sta dietro a queste pie leggende. Ecco il motivo per cui proponiamo una lettura delle Cantigas de Sancta Maria dal punto di vista della patologia: molti sono i cammini musicali che possono essere percorsi attraverso l'opera del Re Saggio, dalla pura devozione mariana alla visione cosmologica, ma quello attraverso la malattia, ci sembra particolarmente interessante quanto trascurato.

Le Cantigas de Santa Maria

Nel panorama letterario e musicale dell'Europa del '200 le Cantigas de Santa Maria rappresentano una delle opere più importanti e singolari: una raccolta voluta, ordinata e in parte creata da un Re, Alfonso X, in lode e devozione della Vergine Maria, e progettata come un'opera colossale dove fede, poesia, musica e pittura fossero intrecciate assieme, evidentemente secondo un piano filosofico ben preciso e che rispecchiava l'alto grado di cultura internazionale della corte castigliana. Quanto Alfonso stimasse questa opera è dimostrato non solo dal lusso straordinario con il quale ha fatto ornare due dei manoscritti: lui stesso racconta che quando stava infermo e morente in Vitoria e l'arte medica non poteva più salvarlo, chiese che gli venisse "applicato", al posto dei "panos calientes", ultimo palliativo dei dolori, il libro delle Cantigas, e che subito riacquistò la salute[2]. Inoltre, poche settimane prima della sua morte, Alfonso dispose in un secondo testamento "che tutti i libri delle Canzoni in lode di Santa Maria vengano tutte poste nella chiesa dove il nostro corpo verra' sepolto"[3].
Delle 420 Cantigas de Santa Maria, che in tal modo vengono a costituire il canzoniere mariano più ricco del Medioevo, 356 sono narrative e riguardano i miracoli della Vergine; le restanti, con eccezione di una introduzione e di un prologo, sono de loor (in lode) o si riferiscono a festività mariane o cristologiche. Tranne che per il poema introduttorio, tutte le Cantigas sono rivestite da una melodia. Secondo l'intenzione del regio autore, inoltre, le Cantigas dovevano essere illustrate, in due codici, per mezzo di 2.640 miniature, delle quali ne furono eseguite quasi i due terzi.
Un'opera di questo genere (che Mendez y Pelayo ha definito come "La Bibbia estetica del XIII secolo") ha impegnato musicologi, linguisti e storici dell'arte, accendendo discussioni e polemiche sui possibili modelli di provenienza. Per esempio, per quanto riguarda la musica delle Cantigas, nel 1922 Juan Ribera propose la tesi dell'origine araba delle melodie alfonsine, mentre nel 1945 Higinio Anglés dimostrò la stretta relazione che esiste tra la musica delle Cantigas e la coetanea musica europea, specie dell'ambito di San Marziale[4]. Analoghi problemi si pongono per i testi, o per la genesi stessa dell'opera: ad esempio a riguardo del ruolo giocato da Alfonso nella composizione delle Cantigas, di cui alcune sono "firmate" da lui stesso, oppure del numero, dalla provenienza e dall'identità dei poeti-musicisti[5]. Per quanto riguarda il tema che stiamo trattando, si possono individuare tra le 356 cantigas narrative, almeno 80 che si riferiscono a guarigioni di malattie insorte spontaneamente e non per diretto intervento soprannaturale quale la punizione per un peccato commesso o la possessione diabolica. Pur non essendo un campionamento statistico, e nonostante l'incertezza nella classificazione delle singole entità nosologiche, può essere interessante studiare il tipo e la frequenza delle singole patologie nonché i luoghi in cui si sono manifestate, allo scopo di ottenere un quadro, seppur parziale ma certamente indicativo, della malattia nell'Occidente europeo.

Classificazione e statistica

Nonostante le incertezze dovute alla sommarietà delle descrizioni a riguardo della sintomatologia, qualora la malattia non sia indicata con un termine preciso, il quadro che emerge è quello riportato in tab.1.

La frequenza più alta è senz'altro quella di origine traumatica: il novero di ferite da arma bianca, sia a scopo omicidario che per mutilazione dolosa mettono in luce un mondo sostanzialmente violento, mentre per la rimanente casistica si tratta di lesioni, generalmente mortali, per incidente (morte da fulmine, annegamento, ecc.).
La mortalità infantile, compresa quella perinatale è, ovviamente, ben rappresentata, così come le malattie degli organi di senso: cecità e sordomutismo.
Più interessante appare il panorama delle malattie infettive e diffusive, rappresentate sostanzialmente dalla lebbra (2 casi), dall'idrofobia (4 casi), dal fuoco di San Marziale (o di Sant'Antonio) (6 casi), a cui si aggiungono un caso di scrofola, un caso (probabile) di ascaridiosi e due casi di tetano.
La lebbra è ancora oggi, nell'immaginario collettivo, la malattia-simbolo del Medioevo, assieme alla peste (che in questo periodo non è descritta perché non presente in Europa: arriverà, devastandola, nella primavera del 1348). In effetti la lebbra diventa invasiva in Europa a partire dal XII secolo, probabilmente a causa dei contatti con il Medio Oriente, in cui è da sempre frequentissima: in questo periodo vengono fondati dalla Chiesa, dall'Ordine degli Ospedalieri di San Lazzaro, dalle comunità urbane e dai re numerosissimi lebbrosari, che tendono a moltiplicarsi nel secolo successivo, raggiungendo, al tempo di Alfonso, circa 19.000 unità[6].
Va detto che, come entità nosologica, nel Medioevo la lebbra raccoglieva sotto di s‚ molteplici affezioni cutanee quali il lupus o la psoriasi, oltreché la lebbra vera e propria: nella casistica alfonsina, peraltro poco numerosa, un caso è classificato certamente come lebbra, mentre un'altro (cantiga 189) è "una specie di lebbra" dovuta alla contaminazione con "saliva di drago".
Riguardo all'idrofobia i dati restano incerti, anche per la varietà di patologie legate a questa denominazione che doveva comprendere in s‚ numerose malattie di tipo psichiatrico. Di fatto la rabbia era conosciuta come entità nosologica e correlata al morso del cane rabido già nell'antichità greco-romana. I documenti medievali che descrivano con certezza casi di rabbia sono quantomeno molto rari, tanto che il primo caso documentato di rabbia canina descritto in Italia risalirebbe al 1708, anche se nell'Europa Orientale il primo caso documentato sarebbe del 12717.
Molto probabilmente i casi descritti nelle Cantigas devono ascriversi a malattie di tipo neurologico di varia eziologia, sia a causa della durata della malattia, sia dalla mancanza di qualsiasi riferimento al morso di animale rabido[8].
Molto interessante è la frequenza piuttosto alta dell'ergotismo (fuoco sacro, fuoco di S. Marziale, fuoco di S. Antonio), malattia oggi pressoché scomparsa e legata all'infestazione della segale da parte della Claviceps purpurea (altrimenti conosciuta come segale cornuta). Seppure in regresso nel XIII secolo, l'ergotismo trova un momento di particolare espansione proprio in Spagna, dove gli Antonini aprono un ospedale in ogni luogo dove la malattia sia segnalata. Nonostante ciò, e sorprendentemente, i casi di ergotismo segnalati provengono dalla Francia del Nord (Parigi, Soissons)[9] e solo uno dalla Spagna (Molina).
Nelle descrizioni di Alfonso è presente sia la forma gangrenosa, caratterizzata da tumefazione e dolore urente (il fuoco appunto) degli arti, con conseguente necrosi, mummificazione e distacco indolente e incruento dell'arto colpito, sia quella, più rara, di tipo convulsivo, con gravi crisi toniche degli arti associate a rigidità e deformità articolare, come nel caso dell'"attratta" della Cantiga 179. Più difficile indagare la presenza della forma neurologica, caratterizzata questa da accessi allucinatori, per l'aspecificità della sintomatologia.
Della tubercolosi, nella forma adenitica, le Cantigas riportano solo un caso, evidentemente di particolare gravità, visto che la scrofola tubercolare era una malattia molto diffusa a partire dal XII secolo, verosimilmente a causa dell'esportazione massiccia di bovidi infetti dalla Lombardia a tutta l'Europa Occidentale. In questo periodo si diffuse la credenza, in Inghilterra ed in Francia che il tocco regale potesse guarire le scrofole, credenza che resistette per alcuni secoli [10].
Stranamente assente (o non facilmente riconoscibile) è il vaiolo, che sembrava scomparso dall'Europa nel corso del XI secolo e che riappare verso la fine del XII nelle regioni mediterranee. Un discorso a parte dovrebbe essere fatto per la febbre, sintomo di un ventaglio estremamente ampio di malattie ma visto all'epoca come una singola entità nosologica.
Un confronto generale con altre fonti dell'antichità e dell'alto Medioevo (tab.2) sembrerebbero indicare come nella casistica alfonsina le malattie infettive rappresentino nettamente la minoranza, e che probabilmente per le migliorate situazioni climatiche ed igieniche nel basso medioevo si assiste ad una globale diminuzione delle malattie infettive e diffusive (almeno fino al 1348). In aumento invece appare la tendenza delle malattie di tipo traumatico, complicate o meno da infezione.

La medicina celestiale tra teoria e pratica

L'opera di Alfonso, almeno se analizzata dal punto di vista del rapporto malattia/guarigione può, almeno a prima vista, apparire contraddittoria: il re Saggio che fa tradurre nella sua corte le grandi opere arabe di argomento medico, sembrerebbe ribadire nelle Cantigas l'impotenza della medicina stessa e la necessità del miracolo. D'altronde tutta l'opera alfonsina è per certi versi imbarazzante: se da una parte sta il grande monumento di fede e devozione cristiana, dall'altro stanno le opere di traduzione e compilazione d'argomento magico (come ad esempio la Picatrix latina) o astrologico, tanto da fargli guadagnare al nostro re la testimonianza ostile dei postumi compilatori della sua cronaca, che lo tramandarono ai posteri come un incorreggibile acchiappachimere[11]. Ma la contraddizione, come abbiamo anticipato, è solo apparente: i medici di Montpellier che prognosticano la morte certa o dichiarano la loro impotenza di fronte alla malattia per certo inguaribile è segno di autorità della medicina e dei medici e non la sua impotenza: dove la medicina non ha armi efficaci soltanto la potenza del miracolo può risolvere il problema. Ed il miracolo persegue le strade della medicina terrena: se gli strumenti della medicina degli uomini sono tre, altrettanto sono quelli celesti. Ma andiamo per ordine.
L'evoluzione della speculazione filosofica sulla medicina, da Isidoro di Siviglia in poi, porta ad una bipartizione della medicina in teorica e pratica, e quest'ultima in tre parti:
Le parti della medicina pratica sono tre: farmacia, chirurgia e dietetica (...). Farmacia è dunque la cura mediante medicamenti, chirurgia è l'incisione con ferri, dieta è l'osservanza di un sano regime di vita. Ogni metodo di cura rientra in uno di questi ambiti [12].
Ma nelle Cantigas è possibile ritrovare esattamente la stessa tripartizione: esiste una fisica celestial (Cantiga 179)[13], una cirurgia celestial (Cantiga 408)[14] ed evidentemente una dieta celestial, sebbene non venga mai citata in questi termini. Ma la dieta celeste è il retto comportamento: come la dietetica umana serve a mantenere sano il corpo, mantenendo l'equilibrio degli umori, così la vita in grazia di Dio mantiene la salute dell'anima. D'altronde è chiaro come la salute del corpo passi attraverso la salute dell'anima e viceversa.
Da questa osservazione non soltanto viene messa in evidenza la considerazione che Alfonso aveva della medicina "ufficiale" (medicina umana come specchio di quella celeste), ma cade, qualora ce ne fosse bisogno la fama di "acchiappachimere" del Re Saggio. Un intellettuale del suo tempo che aveva ben chiaro il rapporto stretto fra "alto" e "basso", fra macro e microcosmo, fra stato terreno e umana redenzione.


Fabio Cavalli

NOTE

1 "La grave malattia rende l'anima sobria" (Eccles. 31.9)
" Gli ammalati vanno ammoniti affinché considerino quale gran vantaggio comportino le affezioni del corpo in quanto lavano i peccati commessi e reprimono quelli che si potrebbero compiere" (San Gregorio Magno, Regulae pastoralis liber, III, XII, in: Patrologia Latina, LXXVII, col. 69 )
"La malattia è occasione di purificazione dei peccati commessi (...) sicch‚ la malattia può venir definita come una sorta di purgatorio della vita presente" (Umberto da Romans, De eruditione predicatorum, II, XCII)
Questi sono solo alcuni dei numerosissimi esempi del rapporto malattia del corpo / guarigione dell'anima.

2 Cantiga n. 209: "Como el Rey Don Affonso de Castela adoeçeu en Bitoria e ouv' huna door tan grande que coidaron que morresse ende, e poseron-lle de suso o livro das Cantigas de Santa Maria, e foi guarido".

3 in: Alfonso X, el Sabio, Cantigas de Santa Maria, a cura di W. Mettmann, Madrid 1986, p. 9

4 Higinio Anglés, La musica de las Cantigas del Rey Alfonso el Sabio, Barcelona, 1945-1964

5 si è preferita questa dizione ad altre tipo "trovatori", "trovieri", "menestrelli", che hano una collocazione storica ed artistica ben precisa. Per il problema concernente i collaboratori cfr. W. Wittmann cit. p.20.

6 J.N. Biraban, Le malattie in Europa, in: Storia del pensiero medico occidentale, 1. Antichità e medioevo, Roma-Bari 1993

7 Enciclopedia Medica Italiana, voce "rabbia", a cura di Augusto Panà

8 Cant. 372: "Como veo hua moller de Nevra, que raviava, a Santa Maria de noit' e guareçeu-a."
Hua moller de Nevla foron trager ali,
que ben avia çinque dias, com'aprendi,
que raviava tan forte, segundo que oy,
que mordia as gentes e come can ladra

Cant. 393: "Como Santa Maria do Porto guareçeu a un menninno que trouxeron a sa casa ravioso"
Ca segund' enfermidade
ravia de melanconia
ven que ‚ negra e forte
e dura e de perfia.
...
Que a Virgen groriosa
aquel meninno sanasse
que atal ravia avia
que quen quer que ll'ementasse
que bevess' agua ou vinno
que logo non s'espantasse
e tan forte se tor‡ia
come quen coita a morte.

Da notare in quest'ultimo esempio un chiaro accenno alla patogenesi della malattia: "rabbia melanconica, che è nera e forte e maligna".

9 Per il miracolo di Soissons cfr. Ugo di Farsit in: J. Agrimi - C. Crisciani, Malato, medico e medicina nel Medioevo, Torino 1980, pp. 72 - 75

10 M. Bloch, I re taumaturghi, Torino 1973.

11 cfr. Alfonso X, Astromagia, Napoli 1992, p.8

12 Domenico Gundissalvi, De divisione philosophiae, in: J. Agrimi - C. Crisciani cit. p. 230.

13 "Ben sab' a que pod' e val / fisica celestial"

14 "De spirital cilurgia / ben obra Santa Maria"

@ L'Unicorno, Accademia Jaufré Rudel di studi medievali, 1994