NOTA SULLA "PRINCESSE LOINTAINE" DI E. ROSTAND

 

1. La trama

Joffroy principe di Blaye si è messo in mare per raggiungere a Tripoli di Siria Melisenda, principessa della città, di cui si è innamorato "da lontano" per le descrizioni entusiaste fatte dai pellegrini. Accompagnato da Bertrand d'Allamanon, trovatore e cavaliere provenzale, da Erasmo (il suo medico) e da frate Trophime (un frate che gli fa da cappellano), ha affrontato la traversata, durante la quale ci sono stati scontri con i turchi, maltempo, carestia di provviste. Man mano che ci si avvicina alla costa del Libano Joffroy sta sempre peggio: quando alla fine si giunge in vista di Tripoli, è praticamente in punto di morte, e non può sbarcare perchè il semplice movimento lo ucciderebbe. Bertrand si offre allora di andare a cercare Melisenda nel suo palazzo, e portarla sulla nave, onde permettere il contatto. Intanto Melisenda, che conosce le canzoni di Joffroy e ha avuto ampia notizia del suo amore, parla di lui con Sorismonda, la sua dama di compagnia. La principessa è fidanzata a Manuele Comneno imperatore di Bisanzio, che è talmente geloso da aver dato incarico ad un suo uomo, il Cavaliere dalle Armi Verdi, di impedire anche con la forza ad ogni giovane uomo di avvicinarsi alla principessa. Quando Bertrando arriva, deve affrontare prima gli uomini del Cavaliere dalle Armi Verdi, che egli travolge, e poi lo stesso Cavaliere, che viene ucciso in duello. Ferito, si presenta a Melisenda (che in un primo momento crede che si tratti di Joffroy), e gli trasmette il messaggio per cui è venuto. Ma Melisenda rifiuta di seguirlo sulla nave: troppo duro è per lei passare dall'amore "virtuale" di Joffroy alla concreta realtà della sua morte imminente. Inoltre il contatto anche fisico con Bertrand (per medicarne la ferita) ha acceso nel suo cuore un sentimento di amore per il giovane così altruista e così cavallerescamente attraente (bello, prode, poeta anch'egli). Così Melisenda cerca di sedurre Bertrando, che non si manifesta insensibile al fascino della donna. Ma al breve contatto d'amore segue il rimorso, propiziato anche dall'equivoco della supposta morte di Joffroy, che riporta i due amanti alla realtà del loro dovere: quando poi si scopre che Joffroy è ancora vivo, viene organizzata la spedizione sulla nave secondo il progetto originario.

Sulla nave Joffroy attende, rifiutandosi testardamente di morire. E' stato sistemato su di un giaciglio, e di lì fissa la costa, senza distogliere mai lo sguardo e senza rispondere alle sollecitazioni esterne. Non lo scuote nemmeno Squarciafico, mercante genovese scacciato da Melisenda, che per vendicarsi si è recato sulla nave per dare la notizia del tradimento di Bertrando. Contro di lui si scagliano i marinai, che non vogliono accettare queste notizie, e mantengono salda (e irragionevole) fede nell'arrivo di Melisenda. Squarciafico viene gettato in mare: e proprio a quel punto arriva Melisenda, simile ad una apparizione celeste. C'è un dialogo finale fra Melisenda e Joffroy, che muore appagato e felice. Melisenda taglia la ciocca di capelli in cui era rimasta impigliata la mano del principe morto, e con questo atto si consacra alla vita monastica. Bertrando, seguito dai marinai, si dedicherà alla crociata.

 

2. Il rapporto con le fonti.

Rostand attinge con disinvoltura alla tradizione, modificando quanto gli fa gioco, aggiungendo, e togliendo (e qui si prescinde dai veri e propri errori, alcuni marchiani, a cui va incontro nella sua rappresentazione del Medio Evo, e che nascono da sostanziale disinteresse per l'aspetto chiamiamolo filologico della storia: citiamo solo l'apparizione alla tavola principesca di un dinde, un tacchino o una tacchinella, e la presenza nelle didascalie strumenti musicali inadatti al Medio Evo, come la viola d'amore - che è del Seicento - e il triangolo)

Jaufrè (che diventa modernamente Joffroy) è correttamente un principe girondino. I dati che lo riguardano sono ripresi dalle fonti senza particolari cambiamenti, anche se va detto che Rostand accentua gli aspetti idealistici e languorosi del principe di Blaia.

Melisenda, dichiarata nel testo figlia di Odierna e di Raimondo, dovrebbe essere quella stessa che nel 1161 doveva sposare Manuele Comneno imperatore di Bisanzio: ma si deve parlare di un'allusione più che di una identificazione. D'altra parte essa appare "promossa", intanto a Principessa (non più Contessa) e inoltre a reggente politica della città di Tripoli, cosa che la fidanzata del Comneno non fu mai: questa funzione Rostand gliela attribuisce probabilmente perchè aggiunge al personaggioso di Melisenda figlia di Odierna quello della zia, anch'essa chiamata Melisenda, sorella di Odierna e figlia di Baldovino I. Non è detto che Rostand confonda le due donne: certo egli si serve della loro contiguità per costruire un personaggio unico che faccia gioco alla sua trama (o meglio all'atmosfera): per essere "lontana" Melisenda doveva essere anche socialmente poco accessibile, e questo appariva più facile se il suo titolo era più elevato (nel tempo di Rostand troppe "contesse" dai costumi ambigui o discutibili brulicavano nella vita galante e mondana) e il suo potere più concreto.

Bertrando, che nella storia di Rostand ha larga parte, è una sorta di duplicazione di Jaufré: come lui poeta, come lui innamorato dell'ideale, ma traboccante di sanità e nel profondo incapace della ferrea concentrazione del principe girondino. Il nome (già usato dal Carducci nel suo Jaufré Rudel) può forse essere stato suggerito da una delle canzoni di Jaufré Rudel (En Bertrans, destinatario della canzone No sap chantar qui.l son no di ): ma esiste un Bertran d'Alamanon, trovatore e cavaliere provenzale, attestato circa un secolo dopo l'epoca presunta di Rudel (al tempo di Sordello e Carlo d'Angiò, nella seconda metà del XIII secolo)

Sorismonda, confidente e dama di Melisenda, serve come spalla alla protagonista. Anche qui il nome crea atmosfera, evocando un'altra storia d'amore e morte del Medio Evo: quella di Guglielmo Cabestainh, innamorato appunto di una Sorismonda, e ucciso dal marito (vedi la versione che dà della storia il Boccaccio in Dec. IV, nov. IX)

Poco è da dire degli altri personaggi: il Cavaliere dalle Armi Verdi è un personaggio di pura invenzione, che rimanda ad un Medioevo fra il grottesco e il fastoso (la gelosia del Comneno somiglia, sembrerebbe, a quella degli ipotetici sequestratori della virtù delle donne mediante la cintura di castità, invenzione dell'Ottocento vittoriano e morboso). Erasmo è uomo di scienza, come Fra' Trophime di fede: ma i due riproducono anche l'opposizione tra una visione "entusiastica" della vita ed una razionale e quotidiana. Squarciafico è una macchietta, tutto schiacciato com'è sul versante dell'opportunismo e dell'economia. I marinai, pur spesso provvisti di tratti felici, non hanno sufficiente autonomia drammatica: e semmai interessano perchè rappresentano una possibile redenzione del popolaccio (la canaille) tramite l'adesione al misticismo consapevole delle classi dirigenti (il principe, Bertrando, fra' Trophime).

 

3. Il significato del testo di Rostand

Anche per Rostand, come per tutti quelli che hanno parlato di Jaufré Rudel nell'Ottocento, il punto di partenza non può che essere la Vida del nostro, con i riferimenti storici che nel frattempo la filologia aveva individuato o ipotizzato. Ma rispetto alla fonte il drammaturgo decadente compie un cambiamento, che non è certo di dettaglio, perchè cambia l'intera azione: Jaufré non scende a terra dove lo incontrava la Contessa, ma, morente e intrasportabile, rimane sulla nave alla fonda. Come abbiamo visto, scende Bertrando, con il compito di convincere Melisenda a salire lei sulla nave e a chiudere nella morte gli occhi del principe poeta.

La storia così si sdoppia. Diventa da una parte quella di Jaufré, pellegrino dell'ideale, che trascorre la sua ultima giornata (dall'alba al tramonto) su di una nave che simbolicamente "non tocca terra", e dove praticamente tutti condividono la follia del principe, dai marinari che nell'arrivo della principessa sentono l'epifania del divino, a fra' Trophime che elabora una teologia, ampiamente eretica, dello slancio e dell'entusiasmo. Dall'altra si svolge a tappe forzate la storia di Bertrando e Melisenda, con lei fidanzata triste di Manuele Comneno e lui cavaliere dell'azione, che come in un torneo cavalleresco da romanzo travolge ogni ostacolo per raggiungerla. Melisenda spera che in qualche modo assurdo lui sia Jaufré Rudel: ma quando si rende conto della verità, e capisce anche che Bertrando ha fatto tutto questo per amore di Jaufré, sembra scattare in lei una sorta di "femminile" gelosia, che la spinge a rifiutare la missione consolatoria e a sedurre il giovane. Bertrando (umano troppo umano!), in cui si alternano slanci grandiosi e debolezze profonde, non resiste. I due "peccano", anche se sulla scena forse la cosa accade in modo soft: ma peccano profondamente nelle intenzioni, e Jaufré, di conseguenza, "muore" abbandonato e tradito dalla sua Donna e dal suo Amico.

Rostand usa in questo passaggio un artificio drammatico, e quindi la morte di Jaufré può rivelarsi un equivoco: banale, ma sufficiente a rimettere in moto la situazione. I due, pentiti, riprendono il programma originale, e la storia si conclude in alto, con una sorta di doppia santificazione: di Jaufré che ha sconfitto la morte costringendo il suo corpo stremato ad attendere l'arrivo della Principessa Lontana, e in qualche modo attirandola a sè con la forza della fede (superiore, si vede, alla pur potente attrazione della carne), e di Melisenda, che accettando il suo ruolo, e dedicando interamente se stessa alla sorte di un altro essere umano, trascende la sua condizione e si dedica a Dio, sposa ormai solo dell'ideale, virgo in aeternum.

4. Qualche spunto di valutazione

Rostand sfiora il sublime, con questa pièce. Se le sue forze fossero state pari al compito, l'attingere così tanti archetipi e contrapposizioni "necessarie" (carne/fede, vita morte, santità/quotidianità) avrebbe potuto dare vita ad un'opera memorabile. Che non c'è, perchè il drammaturgo per un verso si disperde (nel pittoresco, nel floreale, nel barocco, nel medioevo di maniera: in una parola, nei vizi del suo tempo e del suo pubblico), per un altro cede sul punto centrale, dando voce all'ispirazione sensuale in cui forse riconosceva la sua arma più potente. E così la parte ideale spesso appare rigida e dichiarata più che rappresentata: anche se alcune immagini sono potenti, come la fissità da tempo sospeso di Jaufré Rudel o la forza della fede che spinge i marinai a respingere le rivelazioni di buon senso che porta loro Squarciafico. Più convincenti sono i movimenti dell'animo di Melisenda quando essa si lascia animare dal desiderio sensuale e insieme dalla volontà capricciosa ma umana di prevalere; quando invece si "pente", la cosa, peggio che da paura o da debolezza, sembra derivare dalla stessa radice di gelosia e di vanagloria da cui scaturiva il peccato.

Roberto Gagliardi

novembre 1997