Bartolomeo Sestini
La Pia
CANTO PRIMO
Tra le foci del Tevere e dell'Arno,
al mezzodì giace un paese guasto:
gli antichi Etruschi un di lo coltivarno,
e tenne imperio glorioso e vasto:
oggi di Chiusi e Populonia indarno
ricercheresti le ricchezze e il fasto,
e dal mar sovra cui curvo si stende
questo suol di Maremma il nome prende. 8
Da un lato i lontanissimi Appennini
veggionsi quasi immensi anfiteatri,
e dall'altro tra i nuvoli turchini
di San Giulian le cime e di Velatri,
e dalla parte dei flutti marini,
sempre di nebbia incoronati ed atri
sembrano uscir dall'umido elemento
i due monti del Giglio e dell'Argento. 16
Sentier non segna quelle lande incolte,
e lo sguardo nei lor spazi si perde:
genti non hanno e sol mugghian per molte
mandre quando la terra si rinverde:
aspre macchie vi son, foreste folte
per gli anni altere e per l'eterno verde,
e l'alto muro delle antiche piante
di spavento comprende il viandante. 24
Dalla loro esce il lupo ombra malvagia
spiando occulto ove l'armento pasca,
il selvatico toro vi si adagia,
e col rumore del mare in burrasca
l'irto cinghiale dagli occhi di bragia
lasciando il brago fa stormir la frasca,
se la scure mai tronca gli sterpi
suona la selva al sibilar dei serpi. 32
Acqua stagnante in paludosi fossi,
erba nocente che secura cresce,
compressa fan la pigra aria di grossi
vapor, d'onde virtù venefica esce;
e qualor più dal sol vengon percossi
tra gli animanti rio morbo si mesce;
il cacciator fuggendo, dal lontano
monte contempla il periglioso piano. 40
Ma il montagnolo agricoltor s'invola
da poi che ha tronca la matura spica;
ritorna ai colli, e con la famigliuola
spera il frutto goder di sua fatica:
ma gonfio e smorto dall'asciutta gola
mentre esala l'accolta aria nemica,
muore, e piange la moglie sbigottita
sul pan che prezzo è di si cara vita. 48
Io stesso vidi in quella parte un lago
impaludar di chiusa valle in fondo;
del dì poche ore il sol vede, e l'immago
di lui mai non riflette il flutto immondo,
e non s'increspa mai, nè si fa vago
allo spirar d'un venticel giocondo,
e ancor quando su i colli il vento romba
morte stan l'onde come in una tomba. 56
Le rupi che coronano lo stagno
son d'olmi vetustissimi vestute;
crescon dove l'umor bacia il vivagno
i sonniferi tassi e le cicute:
talor del gregge il can fido compagno
morì, le pestilenti acque bevute;
e gli augei stramazzar nell'onda bruna
traversando la livida laguna. 64
Tempo già fu che a pié del curvo monte
la cui falda allo stagno forma lito,
torreggiante palagio ergea la fronte
fin dai longinqui tempi costruito:
fosso il cingea cui sovrastava un ponte
mobil di bastioni ardui munito:
così difeso il solitario tetto
d'inespugnabil rocca avea l'aspetto. 72
Occultando la fredda gelosia
ond'era morso, a quel temuto ostello
ti conducea, mal capitata Pia,
il tuo consorte sire del castello:
per far men grave la penosa via
a lui volgevi il volto onesto e bello,
trattenendol con bei ragionamenti
che avean risposta d'interrotti accenti. 80
Il caval, con andar soave e trito,
Oltre la porta, e va del peso baldo:
ella ha nell'una man flagel guernito
d'oro, e nell'altra il fren sonante e saldo;
cela la bianca man guanto polito
d'una pelle color dello smeraldo,
e l'ostro avvolge il piè che leggermente
preme mobil d'acciar staffa lucente. 88
Largo al turgido petto, all'anche stretto,
col cingolo tra l'omero e l'ascella,
affibbiato davante un corsaletto
le fa sostegno alla persona snella:
Trapunta a stelle di lavor perfetto
veste al di sotto cerula gonnella;
tale appar, di stellato azzurro velo
cinto, il secondo luminar del cielo. 96
Di fiorentina nobile testura
zendado cremisin le stringe il fianco;
in nodo si raccoglie la cintura,
pendula cade poi sul lato manco;
velloso pileo d'attica figura
cui sovra ondeggia un pennoncello bianco,
le nere chiome in parte accoglie, e in parte
libere cader lascia all'aura sparte. 104
Il faticoso andar per la foresta
fa che la dolce faccia il color prende
con che di verecondia una modesta
donna subitamente il volto accende:
l'acceso aspetto, il sol che la molesta,
di sudor l'empie, e più leggiadro il rende:
come abbella amaranto porporino
con le rugiade un limpido mattino. 112
Ché rose fresche, co1te in paradiso,
son le gote, e le luci astri immortali,
e sembra della bocca il dolce riso
riso di nunzio che dal cielo cali;
il labbro è smalto di rubin, diviso
da due fila di perle orientali;
sembra la fronte or or caduta bruma,
e il sen di pellican candida piuma. 120
Cosi varca costei l'ime Maremme
qual raggio che fra i nembi il sole scocche,
e l'erba al suo passar par che s'ingemme
di fiori, e brami che il bel piè la tocche;
sì vaga non mirò Gerusalemme
Erminia cavalcar fra le sue rocche,
né l'Ercinia mirò sì vaga in sella
passar di Galafron la figlia bella. 128
Danno la via meravigliati i boschi
non usi a contemplar tanta bellezza,
1'ora natia di quei roveti foschi
di scherzarle fra 'l crin prende vaghezza:
ma il venticel che vien dal mar de' Toschi
piange inentre passando la carezza,
quasi fosse il sospir della natura
antiveggente la di lei sciagura. 136
S'apron le ferree porte arrugginite
del castel stato da molt'anni chiuso,
però che il castellan, le imputridite
acque schivando, avea l'albergo suso,
ove una chiesa e molte case unite
erano crette dei vassalli ad uso,
del vicin monte sulle verdi spalle
d'onde il castel si domina e la valle. 144
Entran la bella donna e il cavaliere
nel limitar della magion ferale;
non travagliata da verun pensiero
ella ricerca i vuoti atrii e le sale:
osserva l'ampio e sinuoso ostiero
e i nascondigli e le ritorte scale,
d'onde si cala in cave di tenè bre
che percorron del monte le latè bre. 152
Vede alle mura ed alle travi appese
armi smagliate di guerrier vetusti,
e insegne nei civili assalti prese,
rastrelli e sbarre d'alberghi combusti:
legge descritte le onorate imprese
nei piedestalli degli sculti busti;
e il loco estranio contemplando, sente
gioia e stupor la giovinetta mente. 160
Era in mezzo al palagio d'echeggiante
portico cinta spaziosa corte;
al chiostro laterale eran davante
spazi e colonne ottangolari e corte;
sovr'esse d'archi un ordine pesante
pensile sostenea muraglia forte,
che ergeasi a fil del peristilio per li
aerei campi sollevando i merli. 168
Nelle quattro pareti inferiori
del ricorrente portico sonoro
eran dipinte a splendidi colori
antiche istorie di sottil lavoro;
parean le forme rilevate in fuori,
e detto si saria: "Parlan costoro":
e desto l'eco in quelle ereme sedi
parea sentirne il calpestio dei piedi. 176
Dardano quivi comparia primiero,
e i Pelasghi il seguian col ferro in alto,
finché, per riaver l'equin cimiero
a lui caduto, si vedea far alto,
e vincer l'inimico; e in quel sentiero
ancor coverto di sanguigno smalto,
era da lui nobil cittade cretta
dal caduto cimier Corito detta. 184
Poi contendea l'eredità paterna
bel dominio di popoli felici;
v'eran l'Erinni alla tenzon fraterna
rigorose assistenti e instigatrici;
e d'Asio, che le luci in ombra eterna
chiudea, tali apparian le cicatrici,
che appressandoti a lui creduto avresti
che il sangue ti spruzzasse in sulle vesti. 192
A vendicarlo poi venia per l'onde
d'Atlante mauritan Siculo il figlio:
parean d'armati brulicar le sponde
brune per l'ombra di si gran naviglio,
e Dardano fuggiasi ai monti, d'onde
chiara in affanni, in armi ed in consiglio,
all'Enotria natal riedea sua prole
per domar quanta terra illustra il sole. 200
Mesenzio de' cavalli il domatore
potea raffigurarsi all'opre conte,
e contro lui sulle spalmate prore
venia fra i toschi giovani Tarconte;
poi nel corpo del re, stranier signore,
apria di sangue altrui succhiato un fonte,
e il suol mordea fra l'altrui grida e il plauso,
dolente ancor pel mal difeso Lauso. 208
Dall'altra parte comparia Porsenna
cingente Roma d'inimico vallo:
sul ponte Orazio qua brandia l'antenna,
e là Clelia affrettava il gran cavallo;
fermo qual tronco della nera Ardenna
Scevola all'ara, del commesso fallo
punia la destra mal fida ministra,
minacciando tuttor colla sinistra. 216
Ultimo, cinto il crin di sacre foglie,
e invaso da celeste vaticino,
v'era, tra ricchi templi ed auree soglie
Asila, sacerdote ed indovino;
sollevarsi parean le sacre spoglie
sul sen pregnante d'alito divino,
parean cambiar le gote, e le lanose
labbra tali predir future cose 224
Queste spesse città, questi lucenti
delubri, queste fertili colline,
e queste vie di popolo frequenti,
diverran solitudini e ruine,
e faran guerre le future genti
per dilatarsi nell'altrui confine;
mentre sarà negata una colonia
al più bel suol della ferace Ausonia. 232
Tal era l'ammirabil magisterio,
ed era fama che gran tempo avante
un baron, dando ospizio a Desiderio,
quando ivi giunse cavaliere errante,
le prische prove del valore esperio
vi avea fatte ritrar da un negromante,
che con l'aita dei maestri stigi
in una notte fe' tanti prodigi. 240
Colta da strania meraviglia vede
la Pia tai cose, e mentre intorno gira,
s'arretra il guardo se va innanzi il piede,
e finché dura il giorno attenta mira;
quando delle crescenti ombre s'avvede
nelle camere interne si ritira,
ove ancor le riman molto a vedere
allo splendor di lampade e lumiere. 248
Intanto il suo signor con bassa testa
di qua, di là, di su, di giù va ratto;
or si batte la fronte ed or si arresta,
e fissa gli occhi e par di pietra fatto,
com'uom non uso al fallo, e che si appresta
meditato a compir nuovo misfatto:
ma omai la notte, il sol nel mare ascoso,
ciascun, tranne costui, chiama al riposo. 256
A mensa ei siede muto e turbolento;
stagli incontro la donna, e fissa i rai
più che nei cibi in lui, ché il turbamento
mal celato ne ha scorto; e poi che assai
stette in silenzio, grazioso accento
movendo, gli dicea: - Sposo, che hai?
- Nulla - ei rispose -, ed un amaro riso
chiamò sul labbro, e non fe' lieto il viso. 264
Ma poi che il castellan la mensa tolse
e restar soli nella chiusa stanza,
le bianche braccia al collo ella gli avvolse
siccome avea di far sovente usanza:
poi nelle mani sue la man gli accolse,
e con ingenua e tenera sembianza
la strinse e ne sperò bel cambio invano;
qual di persona morta era la mano. 272
Tremò, s'impallidi, ma avvalorata
da coscienza di sentirsi pura,
e visto che di seno avea levata
per notarla, domestica scrittura,
pensò che avesse l'anima agitata
del censo avito in qualche acerba cura,
e si scostò con femminil modestia
onde al suo cogitar toglier molestia. 280
Sciolse l'aurate fibbie, e delle schiette
vesti spogliossi il colmo fianco e il seno;
come fu tra le coltri ed ei credette
ch'ella dormisse, sorse in un baleno,
si mosse a lenti passi e poi ristette
immoto, indi ai sospiri allargò il freno,
e con fioca sclamò voce dimessa:
- O donna a me fatale ed a te stessa, 288
ecco il fin dei connubi inaugurati!
Tu principio, tu fin de' miei desiri
far potevi i miei giorni e i tuoi beati;
or sei cagion de' miei, de' tuoi sospiri:
per placarmi espiando i tuoi peccati
qui muori; io fra i rimorsi ed i martiri
morrò; vendetta avrommi e non conforto,
ma teco starmi non poss'io che morto. 296
Spezzati dunque, o mio vil cor, per doglia
se non sai non amar, né di gel farte;
ma se al disegno mio fia che tu voglia
contrastar, di mia man saprò strapparte. -
Disse, e a passi sospesi in ver la soglia
giunto, si volse alla sinistra parte,
e il guardo corse involontariamente
sulla misera femmina giacente. 304
In un atto soave ella dormiva
piegata alquanto sovra il destro lato;
fea letto al capo un braccio, e l'altro usciva
dai lini, mollemente abbandonato;
le inondava il crin sciolto la nativa
neve del collo e l'omero rosato,
e tralucea dal volto nella calma
una tranquillità di candid'alma. 312
Come al predone opposita procella
vieta la fuga, a lui l'andar fu tolto;
ed, "Oh!" tra sé sclamò "quanto sei bella!".
E in questo dir le si appressava al volto.
Tal forse Adamo contemplava, quella
notte da cui fu l'error primo avvolto,
addormentata allo splendor degli astri
la leggiadra cagion de' suoi disastri. 320
In estasi rimase, e già le braccia
correano al segno ov'era la pupilla;
correa la bocca sulla rosea traccia
ch'era d'eterno fuoco una favilla,
allor che scorse sulia bianca faccia,
pari a perla eritrea, lucida stilla;
dai propri lumi la conobbe uscita,
avvampò di vergogna e fe' partita. 328
Partisti, o dispietato, e ti dié il core
d'abbandonarla, e non vedesti come
qua e là le mani stese al nuovo albore
per ricercarti, e ti chiamava a nome;
nè ti trovando sorse, e in vago errore
scorrean le vesti e le fluenti chiome:
t'avria vinto in quell'atto mesto e vago,
se stato fossi un'anima di drago. 336
Cerca e richiama e niun risponder sente,
onde si ferma e sta dubbia e pensosa;
s'allegra alfine udendo lo stridente
ponte che al basso calando si posa;
ode alcuno avanzarsi, e all'imminente
vestibul corre tutta desiosa,
ed ecco con le salde chiavi in mano
apparirgli a rincontro il castellano. 344
E a lei che impaziente del marito
chiedea, rispose, che poc'anzi al giorno
nella selva vicina a caccia er' ito,
e innanzi sera avria fatto ritorno;
e come dal baron fu statuito,
che mentre sola ivi facca soggiorno
servitude a prestarle ei fosse intento
in tutto ciò di ch'ella avea talento. 352
Appagossi a quel dir la semplicetta,
ma non raccolse l'usata quete:
tutto quel di per casa errò soletta
e non piangea, ma avea di pianger sete,
pensando ch'ei la man non le avea stretta,
nè di baci le fe' le guance liete,
e dal letto partissi inosservato
senza degnarla dell'amplesso usato. 360
Come quel di fu lungo! Ombrosa uscio
notte dal lago ed ei non fe' ritorno:
e invano intenta ad ogni calpestio
stette, e ad ogni romor che udia d'intorno.
occhio giammai non chiuse; alfin aprio
l'alba i balconi d'oriente al giorno,
e nell'alto orizzonte il sol pervenne;
desta trovolla e quel crudel non venne. 368
Quel giorno intero e tutti gli altri due
attese indarno men viva che morta;
ma quando al quinto di venuta fue,
e il castellano udi giunto alla porta,
qual forsennata dalle scale giue
corse, sciolti i capei, la faccia smorta;
e, il vel stracciando, con grido affannoso:
- Dove, dove - sclamava - ito è il mio sposo 376
Così pria della sera ei dalla caccia
riede, e mentre egli puote in quei deserti
esser perito, e mentre il ciel minaccia
strani accidenti, rimanete inerti?
Ma a voi non cale; io stessa andronne in traccia,
io cercherò le grotte e i campi aperti,
e troverollo, o le fere che guasto
hanno il bel corpo suo m'avranno in pasto. 384
Così dicendo, verso la vicina
porta correa che aperta fu pur dianzi,
quando il rozzo scherano alla tapina,
con mal viso e mal cor parossi innanzi:
- Sostate, - disse - il signor qui destina,
finch'ei non rieda, che madonna stanzi,
e qui v'è forza dimorar solinga;
d'uscir vana speranza vi lusinga. 397
Raccapricciò la dolorosa moglie
a tal dir che un abisso anzi le apria;
e ben presaga omai che in quelle soglie
dovea menar la vita in prigionia,
proruppe in pianto, lacerò le spoglie,
e di grida e di duol le vòlte empia,
e non reggendo al duro accorgimento,
semiviva cascò sul pavimento. 400
E poi che in guisa tal stata fu molto,
sul cubito levando il corpo obliquo
restò seduta, e tra le palme il volto
pose, muta pensando al caso iniquo;
statua sembrar potea di marmo scolto
entro l'ingresso d'un sepolcro antiquo,
se non vedeasi pei sospiri il largo
sen colmarsi e scemar com'onda al margo. 408
Poi gli occhi alzando, anzi le chiare stelle,
d'onde sgorgavan lagrime infinite
già per le guance pria vermiglie e belle,
or somiglianti a rose scolorite,
rose non colte in lor stagion, si ch'elle
sien sul secco cespuglio impallidite:
- Sposo, - dicea - così mi lasci e parti,
e imprigioni chi rea solo è d'amarti? 416
Perché se altrui perfidia o mal concetto
tuo dubbio avvien che me non conscia incolpe,
contro le altrui calunnie e il tuo sospetto
ascoltar non vorrai le mie discolpe?
Veduto avresti almen che a torto infetto
credi il mio sen di maritali colpe,
e che ancor t'amo si che più mi duole
il perder te che il non veder più il sole. 424
E se fallanza involontaria e ignota
alla memoria mia pur t'era grave,
e perché simular, nè farla nota?
Non ha amor fallo che pianto non lave,
ed avrei pianto, ed a' tuoi piedi immota,
forse avrei volta del tuo cuor la chiave,
nè avrei lasciato il pianto e la preghiera,
se rimessa da te l'onta non m'era. 432
E largo di perdon stato saresti
a chi segni ti dié d'amor si forte;
e se implacabil stato fossi e ai mesti
voti sordo e al dolor della consorte,
o, stanco del mio talamo, m'avresti
colle stesse tue man data la morte,
oh quanto era per me miglior ventura
che viva esser sepolta in queste mura! 440
Sì disse, e a stento ove posò la notte
tornava, e steso sopra il letto il viso,
con voci dalle lagrime interrotte
disse: - O vedovo letto, io fui d'avviso
quand'ebbi pria le membra in te ridotte,
che tu mi aprissi in terra un paradiso.
Oh, come or sembri squallido e deserto!
Non miro in te che il mio feretro aperto. 448
E in te morrò ché in brevi di consunto
sarà il mio fral da mille angosce e mille;
nè assistenza d'amica o di congiunto
avrà il mio corpo lagrimose stille;
nè confidante man nel duro punto
pietosa chiuderà le mie pupille,
e la mia madre ignorerà qual terra
chiede i suoi prieghi e il cener mio rinserra. 456
E fien brevi i miei di, ché sul confine
sentomi omai dell'ultimo passaggio,
ma i mali col morir non avran fine,
ché in morte ancor mi sarà fatto oltraggio:
ahl che diranno le città vicine,
quai non san che fallato unqua non aggio?
Qual più resta conforto a donna grama,
se perde oltre la vita anco la fama? 464
Sorgea da forsennata in questo dire,
e mordendo il lenzuol battea le piante,
siccome ebra bassaride suol ire
a chiome sparse sull'Ismen sonante;
e vedeasi ai balconi ire e redire,
forte chiamando il dispietato amante,
e urlavan seco in flebile ululato
le sale dell'ostello inabitato. 472
E chi non avria pianto a quella vista?
il castellan non già, d'una parola
pur anco avaro, ché persona trista
la cortesia d'un motto ancor consola;
e l'abborrita mensa a lei provvista
l'abbandonava in quello stato sola,
tornando al colle a vincer le maligne
aure col don delle volsinie vigne. 480
E diceasi per l'umile paese
star nel castello quella tanto chiara
Pia, per cui fatte fur ben mille imprese
dai cavalier che la chiedeano a gara,
per esser bella, affabile e cortese
sopra ogni altra curopea donna preclara;
e che sol per mirar beltà si grande
veniano i Proci dalle stranie bande. 488
Dicean ch'ella de' principi stranieri
non curando l'inchiesta, ed in non cale
ponendo il primo fior dei cavalieri
che per l'Italia avean fama immortale,
ad onta del fratello, i suoi pensieri
avea rivolti con amor leale
a Nello che con essa in Siena crebbe
e vinta ogni contesa a sposa ei l'ebbe. 496
Ed or con maraviglia di ciascuno,
che avea la cosa oscuramente intesa,
era da lui dannata al carcer bruno
in turpe fallo avendola sorpresa.
Così diceasi, ed abitante alcuno
neppur coi detti ardia farne difesa;
sol qualche femminetta per la pieta
le offeriva una lagrima secreta. 504
Era nella stagion che il sole accende
del celeste Leon le giube bionde,
e mostra il mondo che la faccia fende
le viscere di pioggia sitibonde,
e sul gambo ogni fior languido pende,
aride pendon le ingiallite fronde,
e a stelle crudelissime in governo
parean quelle Maremme un nuovo inferno. 512
Signoreggiò tal anno nelle calde
Maremme nostre inusitata arsura,
ignee colonne fino a terra salde
parean piover dal sole alla pianura:
cadea il sol cinto d'infiammate falde
predicendo peggior l'alba futura.
Misera Pia! l'istesso cielo infausto
parve voler tua vita in olocausto. 520
Taccion l'opre de' campi; i villanelli
fuggon la valle di lor vita ingorda,
e nelle fratte appiattansi gli augelli
cinguettando con voce incerta e sorda;
sol la cicala in vetta agli arboscelli
collo stridulo metro i campi assorda,
nè contro al sole di garrir si stanca
finché l'adamantin grido le manca. 528
Non più scorron sonando i rivi alpestri
nei fonti fuor delle petrose conche,
né moto ha fronda nei gioghi silvestri,
nè i venti osano uscir di lor spelonche;
sol misto al leppo dei fuochi campestri
che ardon le paglie dalle falci tronche,
dalle roventi sabbie di Marocco
qual vampa di vulcan soffia Scirocco. 536
Né più la notte del suo gel con vive
perle cadenti i campi arsi rintegra,
nè al dolce nembo delle brine estive
si rinfranca l'erbetta e si rallegra:
e se dall'abbronzate infette rive
di vapori erge il suol nuvola negra,
nella notte invisibile ricade
le morti a seminar non le rugiade. 544
Il notturno squallor non interrompe
zampogna o canto che d'amor si lagne;
del faggio sotto le appassite pompe
non più l'usignolin soave piagne:
ma col continuo aspro concento rompe
il silenzio dell'aride campagne
trillar di grilli, gracidar di rane,
ed ululato di ramingo cane. 552
Quel giovin toro che i lunati corni
baldanzoso ostentò re dell'armento,
e aguzzandoli al cortice degli orni
muggì sfidando alla battaglia il vento,
fugge all'ombra il fervor dei caldi giorni,
né più l'erba ricerca o il rio d'argento;
e giace e inchina il capo e contro ai rari
aliti di ponente apre le nari. 560
Il viator sull'uscio dell'ospizio
esce col sole, e l'orizzonte visto
listato a strisce fiammeggianti, indizio
di giorno del passato anco più tristo,
non ha cuor di fidarsi a certo esizio
nel cammin d'acque e d'alberi sprovvisto;
e nell'albergo ove restar gli spiace
languente e a sé gravoso pondo giace. 568
Fra i muri del caster fatti di fuoco
geme l'abbandonata prigioniera,
nè conforto trovar, nè trovar loco
può da sera al mattin, da mane a sera;
l'intenso ardor le vieta il sonno, e poco
è il refrigerio che dal sonno spera,
ché qualche sogno torbido la sveglia,
e la ricaccia in odiosa veglia. 576
E più sembra che in lei l'ardor s'accresca,
e il mal dell'esser sola in tai disagi,
quando le torna a mente l'onda fresca
di Fontebranda e di sua patria gli agi,
e i colli che odorosa aura rinfresca,
e le mense e le ancelle e i bei palagi,
ove dolce menò vita serena
in temperato clima e in terra amena. 584
Nel maritale albergo avea trovata
una fante vecchissima e devota,
che degli avi di Nello al tempo nata
di quei storia narrava a molti ignota;
e più d'una lor colpa consumata
in quel palagio nell'età rimota;
e che però di quelle sedi impure
tolto possesso avean spettri e paure. 592
Ed aggiungea che v'erano i folletti,
e vi solean le brutte streghe andarne,
e succhiar dei rapiti pargoletti
il fresco sangue ed il cervel stillarne,
e con osceni riti i lor banchetti
gavazzando imbandir d'umana carne,
ed apprestarvi i filtri e le malie
sotto le forme di rapaci arpie. 600
Or soletta la Pia nelle riposte
sedi, in mente volgea racconti tali;
e comeché per mantener nascoste
le stanze al sole e a' caldi venti australi,
dei balconi tenea chiuse le imposte,
cadea l'un mal fuggendo in altri mali,
dando largo alimento al suo timore
il buio, dei fantasmi genitore. 608
E stesa stando sull'ingrato letto
nasconde sotto i lin gli occhi soavi;
e il solitario passero sul tetto
se ascolta, o i tarli nelle vecchie travi,
parle veder con minaccioso aspetto
per la stanza trescar di Nello gli avi;
si rannicchia la trepida, e dimanda
piangendo aiuto, e a Dio si raccomanda. 616
Così Vestale nell'avello occulto
sotto le glebe d'infamato campo,
impaurita dal fallace culto
che a vivere e ad amar l'era d'inciampo,
del fioco lume seco lei sepulto
al moribondo scintillante lampo
tremava, e le parea d'aver presenti
le furie con le faci e coi serpenti. 624
Nelle notti spiacevoli e noiose
per l'aspra angoscia e per l'estivo ardore,
alla fenestra traea l'affannose
membra, onde respirar l'aura di fuore;
e mirava la luna che le cose
di modesto tingea dolce colore,
e specchiando al pantan le sceme guance
fea l'onde negre scintillanti e rance. 632
Ed, "O luna", dicea, "consolatrice
della miseria altrui, tu confidante,
e compagna dell'esule infelice
dal cielo abbandonato e dalla gente,
dehi non calar si tosto alla pendice,
non affrettarti verso l'occidente,
non far che l'etra povero rimanga,
e del tuo lume anco il difetto io pianga. 640
E il chiaror blando che tempra il desio
del cor gentile e di dolcezza inonda,
liberate a me voigi, e in questo mio
nappo di duoi stilla vitale infonda,
e il veggente tuo raggio assista pio
al termin di mia vita moribonda,
e m'accompagni ove all'avello io scenda
e al viator su quello indice splenda. 648
E se dal tempo, come avvien talora,
scoperto il ver sara, l'onor redento,
verrà mio sposo in questa terra,
allora scorgilo ove il mio fral riposi spento:
ei ben vorrà compagna avermi ancora,
satisfarmi vorrà col pentimento,
ma una pietra offrirassi ai di lui sguardi,
e dovrà pianger perché venne tardi". 656
Per lenta febre intanto attrita ed egra
tributava la vita al sozzo clima,
com'uom dai mali oppresso e che si allegra
per morte, e di campar non fa più stima;
ed era scorsa omai l'estate inté gra,
e d'autunno apparia la nube prima,
che in improvvisa pioggia si risolve
l'odor destando della spenta polve. 664
Sorto un di ch'ella già sentia mancarsi
e la salma restar di vita scema,
vedendo dietro ai monti il sol calarsi
volle seguirlo con la vista estrema;
e ai campi e ai colli ancor di luce sparsi,
che ogni uom, lasciando, desioso trema,
un sospiro e un addio per dar pur anco,
al balcon trascinò l'infermo fianco. 672