La leggenda del Prete Gianni e l'Oriente favoloso

Già all'inizio del XII secolo circolavano, in Occidente, numerose leggende a proposito di un potente re indiano, chiamato "Presbyter Johannes", poi volgarizzato come Prete Gianni, ricchissimo e soprattutto cristiano. La prima notizia scritta ci proviene da Ottone di Frisinga che, nella sua Chronica (1147), ci dice: "Johannes quidam, qui ultra Persidem et Armeniam in extremo oriente habitans, rex et sacerdos, cum gente sua Christianus est, sed Nestorianus". Il regno del Prete Gianni sarebbe stato immenso e situato all'estremo dell'Asia, proprio in quell'Oriente che l'Europa immaginava misteriosamente popolato d'ogni genere di specie animali, di piante e di razze. Inoltre, questo sovrano, dopo aver sconfitto i re selgiuchidi dell'Asia Minore, si sarebbe diretto verso la Terra Santa per liberarla. L'autenticità del Prete Gianni venne rafforzata dalla diffusione, nella seconda metà del XII secolo di una sua presunta lettera indirizzata all'imperatore di Bisanzio Manuele I Comneno (l143-l180), rispedita da quest'ultimo al Barbarossa, lettera che dette inizio ad un capitolo importante dell'immaginario medievale. Lo stesso Marco Polo, più di un secolo dopo, narra di questo personaggio, come se ne avesse sentito parlare effettivamente durante la sua permanenza dal Gran Khan:

DI CARACOM

Caracom è una città che gira tre miglia, nella quale fue il primo signore ch'ebboro i tarteri, quando egli si partirono di loro contrada. E io vi conterò di tutti i fatti di tarteri, e com'egliono ebbero signoria, e com'egliono si sparsono per lo mondo. E' fu vero che gli tarteri dimoravano in tramontana intra Ciorcia. E in quelle contrade ha grande piagge, ove non ha abitazione, cioè di castella e di cittadi, ma havvi buone pasture e acque assai. Egli è vero ch'egliono non aveano signore, ma faceano rendita a un signore, che era apellato in soa lengua "Mencan", che è a dire in nostra lengua "prete Zane", che vale a dire in francesco "preste Giovanni"; e di sua grandezza favellava tutto il mondo. Gli tarteri gli davano d'ogni dieci bestie l'una.

Il regno del Prete Gianni è dunque l'Asia, ovvero quel luogo dove si concretizzano i sogni d'Occidente, i sogni di pace e di giustizia, ma anche di ricchezza e potenza, d'ideale vita cristiana, ma anche di vago peccare. Insomma un mondo assolutamente fantastico, dove tutto è grande e terribile: dalle foreste del pepe popolate di serpenti, alle fiere ferocissime e singolari, all'incredibile e sterminato palazzo reale, dove tutto è oro e marmi e pietre preziose.

Le fonti letterarie di questo Oriente mitico sono da ricercarsi negli autori della tarda antichità: da una parte le fantastiche geografie di Plinio, la Collectanea rerum mirabilium redatta da Solino (III sec.) e il VI libro del De Nuptiis Philologiae et Mercurii di Marziano Capella, dall'altra gli scritti dei Padri della Chiasa che, a partire da Agostino, tentano di riordinare in chiave cristiana il mondo, reale o fantastico, del naturalismo pagano.

Isidoro di Siviglia, primo enciclopedista del Medioevo sintetizza tutto questo in quella mirabile e sintetica descrizione dell'Asia attorno al Paradiso Terrestre, nelle sue Etymologiae (XIV, III):

De Asia.

Asia ex nomine cuiusdam mulieris est appellata, quae apud antiquos imperium tenuit orientis. Haec in tertia orbis parte disposita, ab oriente ortu solis, a meridie Oceano, ab occiduo nostro mare .finitur; a septentrione Maeotide lacu et Tanai fluvio terminatur. Habet autem provincias multas et regiones, quarum breviter nomina et situs expediam, sumpto initio a Paradiso. Paradisus est locus in orientis partibus constitutus (...). Est enim omni genere ligni et pomiferarum arborum constitutus, habens etiam et lignum vitae: non ibi frigus, non aestus, sed perpetua aeris temperies. E cuius medio fons prorumpens totum nemus inrigat, dividiturque in quattuor nascentia flumina. (...). India vocata ab Indo flumine, quo ex parte occidentali clauditur. Haec a meridiano mari porrecta usque ad ortum Solis, et a septentrione usque ad montem Caucasum pervenit; habens gentes multas et oppida, insulam quoque Taprobanen gemmis et elephantis refertam, Chrysam et Argyren auro argentoque fecundas, Tilen quoque arboribus foliam numquam carentem. Habet et fluvios Gangen et Indum et Hypanem inlustrantes Indos. Terra Indiae Favonii spiritu saluberrima in anno bis metit fruges : vice hiemis Etesias patitur. Gignit autem tincti coloris homines, elephantos ingentes, monoceron bestiam, psittacum avem, ebenum quoque lignum, et cinnamum et piper et calamum aromaticum. Mittit et ebur, lapides quoque pretiosos: beryllos, chrysoprasos et adamantem, carlbunculos, lychnites, margaritas et uniones, quibus nobilium feminarum ardet ambitio. Ibi sunt et montes aurei, quos adire propter dracones et gryphas et inmensorum hominum monstra inpossibile est.

Se tutto è grande nel regno del Prete Gianni, grande deve essere anche il suo vivere da cristiano (seppure nestoriano): questo sovrano è infatti così umile che mentre i suoi ministri hanno cariche ecclesiastiche supreme, lui si fa chiamare solo "prete", il suo popolo è oltremodo casto tanto che usa il sesso solo per generare figli mentre nel suo regno, retto con smisurata giustizia, non ci sono ladri né criminali.

Il mondo del Prete Gianni è quindi un sogno del Medioevo, ma certamente anche un esempio, che vale per tutti i tempi, di come si possano popolare le terre incognitae del nostro pensiero: ieri l'Oriente, oggi magari l'Universo ignoto, dove immaginiamo esistano razze terribili e società perfette, alieni ed ET.

Il testo presentato si basa sull'edizione di F. Zarncke, Des Priester Johannes, Abhaldungen der phil. Hist. Klasse d. Kgl. Sächs. Gesell. D. Wiss., VII, Leipzig 1879 pp. 909-924.

Per una edizione moderna con versione italiana si cfr. G. Zaganelli, La lettera del Prete Gianni, Parma 1990

Fabio Cavalli

 

@ 1998, Accademia Jaufré Rudel di studi medievali