Giosue Carducci e Jaufré Rudel


Jaufré Rudel


Conferenza dell'8 aprile 1888

Bibliografia





Accademia Jaufré Rudel @1997



GIOSUE CARDUCCI

JAUFRE' RUDEL


Dal Libano trema e rosseggia su 'l mare la fresca mattina: da Cipri avanzando veleggia la nave crociata latina. A poppa di febbre anelante sta il prence di Blaia, Rudello, e cerca co 'l guardo natante di Tripoli in alto il castello. In vista a la spiaggia asiana risuona la nota canzone: "Amore di terra lontana, per voi tutto il cuore mi duol". Il volo di un grigio alcione prosegue la dolce querela, e sovra la candida vela s'affligge di nuvoli il sol. La nave ammaina, posando nel placido porto. Discende soletto e pensoso Bertrando, la via per al colle egli prende. Velato di funebre benda lo scudo di Blaia ha con sè: affretta al castel: - Melisenda contessa di Tripoli ov'è? Io vengo messaggio d'amore, io vengo messaggio di morte: messaggio vengo io del signore di Blaia, Giaufredo Rudel. Notizie di voi gli fur porte, v'amò vi cantò non veduta: ei viene e si muor. Vi saluta, Signora, il poeta fedel. - La dama guardò lo scudiero a lungo, pensosa in sembianti: poi surse, adombrò d'un vel nero la faccia con gli occhi stellanti: - Scudier, - disse rapida - andiamo. Ov'è che Giaufredo si muore? Il primo al fedele rechiamo e l'ultimo motto d'amore. - Giacea sotto un bel padiglione Giaufredo al conspetto del mare: in nota gentil di canzone levava il supremo desir. - Signor che volesti creare per me questo amore lontano, deh fa che a la dolce sua mano commetta l'estremo respir! - Intanto co 'l fido Bertrando veniva la donna invocata; e l'ultima nota ascoltando pietosa ristè su l'entrata: Ma presto, con mano tremante il velo gettando, scoprì la faccia; ed al misero amante - Giaufredo, - ella disse, - son qui. - Voltossi, levossi co 'l petto su i folti tappeti il signore, e fiso al bellissimo aspetto con lungo sospiro guardò. - Son questi i begli occhi che amore pensando promisemi un giorno? E' questa la fronte ove intorno il vago mio sogno volò? - Sì come a la notte di maggio la luna da i nuvoli fuora diffonde il suo candido raggio su'l mondo che vegeta e odora, tal quella serena bellezza apparve al rapito amatore, un'alta divina dolcezza stillando al morente nel cuore. - Contessa, che è mai la vita? E' l'ombra d'un sogno fuggente. La favola breve è finita, il vero immortale è l'amor. Aprite le braccia al dolente. Vi aspetto al novissimo bando. Ed or, Melisenda, accomando a un bacio lo spirto che muor - La donna su 'l pallido amante chinossi recandolo al seno, tre volte la bocca tremante co 'l bacio d'amore baciò. E il sole dal cielo sereno calando ridente ne l'onda l'effusa di lei chioma biona su 'l morto poeta irraggiò.


Giosue Carducci JAUFRE RUDEL conferenza dell'8 aprile 1888
I.


Giaufré Rudel ch'usò la vela e 'l remo
A cercar la sua morte.
è tra i molti bellissimi del Petrarca un verso meraviglioso, e con la pura visione dell'imagine allontanantesi in un molle ondeggiamento di tenui suoni sveglia nei sentimenti come un desiderio di fantasie melanconicamente favoleggiate. Al qual desiderio nei lettori e nelle lettrici del secolo decimosesto soddisfacevano i commentatori ancora eleganti, narrando: come Rudel fu signore di Blaia, e per fama innamorato clella contessa di Tripoli compose per lei molte canzoni, e in fine sospinto dal gran desio di vederla misesi in mare sotto abito di pellegrino: come nel passaggio infermò, e quei della nave, condottolo a Tripoli per morto fecero sapere il caso alla contessa: la quale venuta, e avendolo caramente preso nelle sue braccia, non a pena egli intese quella essere la contessa riacquistò il vedere insieme e lo spirito, e la ringraziò che gli avesse recuperate la vita ma in breve spazio da poi pur nelle braccia della donna morì.

II.


Questa pietosa avventura d'un trovador feudale del secolo decimosecondo e dal verso del Petrarca e dalla prosa de' suoi commentatori e dalla Storia della volgar poesia del Crescimbeni era di certo nota a Giacomo Leopardi quando componeva il Consalvo. A chi dell'ordine di tempo nei canti del Leopardi volesse far ragione dai sentimenti che rendono e dal come li rendono, il Consalvo verrebbe volentieri allogato non discosto all'Aspasia, nella quale tutti sanno figurata una signora fiorentina, che, larga di refrigerii agli ardori di molti adoranti, civettava poi crudelmente ad accendere in vano quell'infelice di Recanati: ciò tra il 1830 e il '33. A tale induzione, oltre il fatto del non essere il Consalvo nell'edizione del Versi bolognese del 1826 che tutti contiene i composti fino a quell'anno e dell'essere la prima volta nella napoletana del 1835, darebbe motivò anche la fattura degli endecasillabi sciolti, così lontana in questo canto dalla nudità vigorosa e dall'agile schiettezza del primi che il Leopardi fece, e il luccichio di romanticismo che da questo emana, cosi differente, anzi discordante, dalla semplicità greca e dalla maestà romana delle prime poesie. Circa il 1830 il romanticismo infuriava nelle teste e nei cuori ; e per insinuarsi nelle grazie d'una signora nessun poeta, credo io, trovò o troverà mai grave fare un tal poco anche il romantico. Di più, circa il 1830, in Firenze, al gabinetto del Vieusseux, il Leopardi poté aver notizia della poesia più recente massime straniera: notizia che in Recanati, poco avanti e poco dopo il 1820, dubito molto egli avesse.

Ma Giovanni Mestica, diligente e acuto ricercatore della verità intorno alla vita e alle poesie del Leopardi, assegnò la composizione del Consalvo all'anno 1821. Non direi subito ch'egli abbia dato nel vero; ma per la invenzione e la ragion morale il Consalvo può per certa guisa esser creduto star presso al Bruto minore e all'Ultimo canto di Saffo, che furono verseggiati in quel torno. Sono tre poesie nelle quali Giacomo Leopardi volle rendere oggettivi i sensi intimi del suo sconsolato dolore nella rappresentazione, prima di due personaggi storici, poi d'uno imaginario. Con qual fortunata audacia, che in fondo proviene un po' da paura e un po' da vergogna, nei primi due! Quando il figliuolo del marchigiano, retrivo, che nulla aveva capito della rivoluzione, che aveva odiato il regno d'Italia e declamato contro l'impresa di Gioachino Murat; quando questo ragazzo, per imaginato fastidio delle forti virtù che vengono dalia vita attiva, virile e civile, e a quella conducono, per morosa conscienza. di non avere fatto mai niente e di non poter mai fare niente, si atteggia alla ribellione della disperazione e alla bestemmia contro la virtù, e vi si atteggia nella toga d'un senatore romano che avea fatto molto, d'uno stoico tanto superiori alle passioni, d'un oratore che scriveva cosi urbanamente il bel latino aristocratico, vi si atteggia nella persona di Bruto, il quale sul campo di Filippi, dopo nominati a uno a uno gli amici morti In battaglia, volto al cielo stellato, disse con un verso greco - O Giove, non ti sia ascoso colui che è cagione di tanti nostri mali -, e si appellò sicuro al giudizio del posteri; di Bruto cui nessuno antico avrebbe mai imaginato e nessuno che conosca gli spiriti repubblicani di Roma può consentirsi d'imaginare nell'atto di declamare al lume della luna invettive contro gli dèi della patria e giaculatorie rousseauiane; quando Giacomo Leopardi fece tutto cotesto, commise, è vero, un'audacissima contaminazione di sé con Marco Bruto; ma per l'audacia stessa, per quella sincerità di menzogna, e per quella potenza d'intonazione e di fantastica eloquenza e di parola solenne, ornata, tonante, classica, egli commise una contaminazione sublime; e il Bruto minore è tra le poesie del Leopardi di quelle che più danno la misura dell'ingegno e dell'animo suo. Non so se più bello, ma più simpatico ai più , suona 1' Ultimo canto di Saffo. La poetessa di Lesbo che non fu né brutta né infelice come il Leopardi l'accolse a imagine sua da una tarda tradizione, e che della bellezza e dell'amore intese gustò e cantò più che non potesse il Leopardi, Saffo non avrebbe pensato né poetato cosi mai; ma quella rassegnazione al mistero dell'infelicità, al dolore solitario, alla solitudine vedovile, quella rinunzia accorata ai beni della vita e della natura, suona cosi intimamente sentita e pare cosi a suo posto in quel gemito di poesia imaginata femminile!

Nel Consalvo il Leopardi vestì alla foggia spagnola il povero suo dolore su 'l modello romantico tra byroniano e francese. In lui, tra i difetti della natura e della educazione, il desiderio più tormentoso era pur sempre l'amore di donna e il dolore più vero il non averne goduto e la disperazione forse di poterne godere mai. In un accesso di passione poté capitargli sott'occhio o tornargli a mente l'avventura di Rudel; della quale più toccò e impresse la imaginazione del tribolato quel morire tra le braccia della donna amata. E ne venne fuori Consalvo: il quale, come documento umano, secondo dicon oggi, della malattia d'un grande spirito, può aver del valore: come lavoro d'arte, io son persuaso da un pezzo che non ne ha, pur contro la sentenza di uno o due critici maggiori che lo giudicarono delle più perfette cose vantate dalia poesia italiana. Che il Leopardi nelle maligne sue condizioni andasse più d'una volta struggendosi in quei consumamenti aerei, pur troppo è vero, ed è un vero brutto; né egli riuscì a renderlo con l'arte bello, traducendosi in un Consalvo, il quale non si sa chi sia, né perché sia infelice né perché muoia giovine e non abbia osato innanzi aprir l'amor suo: figura senza fisionomia, senza movimento, senza ragione. Peggio ancora l'Elvira. Il Leopardi troppo avea desiderato in vano la donna; onde non poté altro sentirla che per invocazione lirica, rappresentarla non poté. Raccontavano a Firenze che egli, quando più ardea dell'Aspasia, solesse affazzonare con uno scialle un giovinetto congiunto di lei che molto le somigliava e stesse contemplando a lungo quell'immascherato e dicendogli ciò che non osava all'Aspasia. No 'l credo, e mi pare indegno. Ma che l'Elvira del Consalvo sia un rinfantocciamento di frasi con lo scialle, pochi lo vorranno, penso, negare. Alla povertà di vita fantastica e al difetto di movimento nelle due figure il poeta si sforzò riparare con l'esagerazione del rilievo nei lavoro, esagerazione fatta poi appariscente dai contrasti nelle forme del tre elementi onde si compone il Consalvo; che può avere il motivo finale o ha il riscontro da un racconto del medioevo ove la poesia è sol nell'azione, si svolge in un sentimento romantico d' inazione, è composto e verseggiato con le forme d'un neo-classicismo un po' barocco. E la verseggiatura è ora gonfia e smaniante dietro i contorcimenti quasi spirali che parvero un giorno il sommo dell'arte nell'endecasillabo sciolto; ora, per affettare la crisi drammatica nei concitato favellare di Consalvo innanzi il bacio, è spezzettata affannosamente, e negli sfinimenti di Consalvo dopo il bacio sdilinquisce. Qual differenza dal mirabili sciolti, fatti prima, dell'infinito, della Sera del dì di festa, della Luna, del Sogno, della Vita solitaria! unici di bellezza originale nella poesia italiana di dopo il quindici! E qual differenza dalla purità della espressione fresca, tersa, limpida, trasparente in quei canti e la verniciatura della frase nei Consalvo! La donna è introdotta con questa fanfara,

Per divina beltà famosa Elvira;

e ogni attarello suo ha un giro di parole cercate,

contraddir voleva,
Dissimulando l'appressar del fato 
Al moribondo ....
                la vinse
Misericordia del ben noti ardori.

Consalvo tra l' amore e la morte si trova in agio di tornire il complimento academico,
ti rendo
Qual maggior grazia mal delle tue cure
Dar possa il  labbro mio,

e finisce con la trivialità melodrammatica,
                                Se grave
Non ti fu quest'affetto, al mio feretro 
Dimani all'annottar manda un sospiro.

Ma il Consalvo piace alle donne e ai giovani! Certo: perché i giovani e le donne in certe poesie leggono più di quel che ci sia, leggon sé stessi ; e alle signore arride e arriderà sempre la missione di consolatrici, salvo poi a tormentare, e alle signorine dee parcre adorabile quel Consalvo che si contenta di un bacio, e ai giovani non possono dispiacere i baci delle belle bocche. Ma, se un giovane si facesse per fermo del Consalvo un ideale, io, suo padre o fratello, non lo schiaffeggerei, forse, ma certo lo sottoporrei a una cura idroterapica ricostituente.

III.
Non che il morire, e anche il desiderio di morire, tra le braccia della donna amata, non sia per sé bello; ma non come fine a una vita stagnante, sì veramente quasi corona a una vita agitata in nobili contrasti e rapita dietro alte e leggiadre idealità.

Se Giacomo Leopardi nel Consalvo - come io da un pezzo sospetto, e son contento sia anche l'opinione di recente pubblicata d'un valente scrittore critico, il sign. Francesco Torraca -, se il Leopardi nel Consalvo ripensò la morte di Giaufré Rudel come ce ne fu conservato il racconto per tradizione scritta egli di quel racconto non mirò che alla fine, non ebbe la mente agli antecedenti, che insieme con la fine fanno un tutto del tutto differente al concetto del Leopardi e alla condizione e disposizione affettiva del suo Consalvo. Ecco la notizia più antica dell'avventura di Rudello.

Giaufré Rudel fu molto gentile uomo e principe di Blaia. Innamorossi della contessa di Tripoli senza vederla, per lo gran bene e la gran cortesia ch'egli sentì dire di lei ai pellegrini che tornavano d'Antiochia. E per volontà di vederla si crociò, e misesi in mare per andare a vederla. E allora nella nave lo prese una grande malattia, sì che quelli che erano con lui si pensarono ch'ei sarebbe morto nella nave; ma tanto fecero ch'e' lo condussero a Tripoli in un albergo per morto. E fu fatto assapere alla contessa; ed ella venne a lui al suo letto, e preselo entro le sue braccia. E quando egli seppe ch'era la contessa, si ricovrò il vedere l'udire e lo spirare; e lodò Iddio e il ringraziò che gli aveva la vita sostenuta tanto ch'e' l'avesse vista. E in questo morì tra le braccia della contessa. Ed ella lo fece onoratamente seppellire nella magione del Tempio di Tripoli; e poi in quel medesimo dì ella si rese monaca pe 'l dolore ch'ebbe di lui e della sua morte.

In questo racconto a pena delineato di semplicissima prosa, che ho tradotto dal provenzale antico, è poesia che avanza di valore intimo il Consalvo e molte altre rime consuntive del romanticismo. E la poesia è, come notò già Federico Diez, non nel pellegrinaggio del trovadore, non nella dolorosa voluttà dell'ultimo respiro, non nella mesta risoluzione della contessa a prendere il velo, ma nel fantastico surgere d'un amore così seriamente intenzionato. L'amore per simpatie fisiche, discendente dalle lotte per la elezione sessuale, cede luogo all'amore per elezione d'affinità. La più bella di persona e di costume è al più valente di forze e d'idee: si amano, o, come diceva con bellissima metafora il linguaggio della cavalleria, s'intendono pur lontani e senza vedersi :
Se non come per fama uom s'innamora.
Cosi - certe età si rassomigliano - l'eroismo greco favoleggiò che Elena non fu mai in Troia alle mani del morbido adultero, ma si fu rapita in Egitto da Hermes; e stando ella in Egitto ed Achille in Troia, per sola udita s'innamorarono, e dalle Parche fu loro concessa congiunzione immortale. Congiunzione immortale all'eroe negli elisii: ma qui in terra il poeta, non a pena ei si sveglia dal sogno in una verità per un momento più bella del sogno, non a pena il travaglioso peregrinar della sua idea dietro la visione del bello fu premiato dalla realità del bello co'l suggel dell'amore, allora il poeta in quella perfezione dell' essere muore; salvo così, poi che amare non si può sempre, anzi l'amor vero a fugace e il forte amore infelice, salvo così dal crudel bacio dell'addio: egli è sepolto dalla sua donna con desiderio e memoria, anzi che debba egli in un amarissimo giorno seppellire nei cuor suo vivo l'amore, l'amore anche vivo ma che non dee vivere più.

Tale nel racconto dell'avventura di Giaufré Rudel è il mito gentile e dolente dell'amore ideale diveniente reale.

IV.
Ho detto che nel racconto è il mito. Sento una sorridente opposizione: Non forse è egli un mito tutto il racconto?
Vediamo.
La breve notizia dell'amore e della morte di Giaufré Rudel, che lessi pur ora, fu scritta nella metà prima del secolo decimoterzo; e per tutto quel secolo la memoria di lui e dell'avventura sua rimase viva nella società cavalleresca della Gallia meridionale. Delle poesie più accette in quella società erano i cosi detti giuochi partiti, composti alternamente di stanza a stanza da due trovadori. Il primo sfidando proponeva una questione di due casi o dubbi d'amore, invitando lo sfidato a dichiararsi per l'uno o per l'altro, questi nella seconda stanza prendeva a sostenere l'uno de' due con ragioni ed esempi; nella terza lo sfidatore usciva a provare che l'avversario non avesse scelto bene: e cosi la questione seguitava per le altre stanze fra i due, finché ciascuno con una tornada (stanza minore finale) se ne rimetteva al giudizio d'una tal dama o d'un tal cavaliere o di più dame o cavalieri: di che venne la tradizione, tarda, e poco oggimai salda, delle corti d'amore. Ora due giuochi partiti del secolo decimoterzo ricordano come vero il fatto di Rudel. Nell'uno un trovadore pon la questione: - Qual mantenga meglio l'amor e in chi ama la donna sua lealmente, o gli occhi o il cuore. - Lo sfidato sta per gli occhi, per il cuore lo sfidatore, e invoca l'esemplo di Giaufré Rudel cantando,

Tutti sanno che il cuore ha signoria sopra gli occhi, però che amore non si vale degli occhi se il cuore non sente, e il cuore può senza gli occhi francamente amare quella che non vide ancora presente, si come fece dell'amica sua Giaufré Rudel.
Nell'altro un trovadore propone: - Qual prendereste meglio, o starvi in luogo riposto con lei che amate e morire appresso la gioja dell'amor suo, o amarla per tutto il tempo della vita e che ella non vi amasse né vi desse animo? - Lo sfidato risponde, volere anzi servire la sua donna senza guiderdone facendo per lei atti valenti; e lo sfidatore ripiglia,
Ah, se voi amaste lealmente, non direste di no a tale morte. Non rassomigliate già voi al valente visconte Giaufré Rudel che mori nel passaggio.
Dai trovadori la bella istoria venne al Petrarca; e i suoi commentatori del secolo decimosesto, Alessandro Vellutello e Giovanni Andrea Gesualdo, ne discorsero compiutamente, senza pur ch'e' conoscessero la notizia provenzale; e ne discorsero, come di fatto vero, i filosofi e gli estetici italiani di quel secolo, Mario Equicola nel Libro di natura d'amore e Agostino Nifo nei trattati Del bello e dell'amore. Su la fine del secolo, e proprio nei 1575, Giovanni di Nostradama, fratello dell'astrologo rimasto famoso nelle memorie del popolo francese, egli canzoniere e consigliere al parlamento di Arles, pubblicò le Vite dei più celebri e antichi poeti provenzali; che non son tutte favola, dove non si tratti di esaltare i pregi della Provenza e di crescere onori alle famiglie nobili fiorenti in Provenza a que' giorni. Nella vita di Rudel il Nostradama ormeggia la notizia provenzale antica; ma afferma il fatto essere raccontato pur da Ugo di San Cesario autore d'un catalogo di poeti provenzali, e mostra almeno in un luogo di avere attinto da qualche altra fonte a noi venuta meno. Come storico han sempre considerate il fatto di Rude gli storici e i critici della letteratura francese: come storico lo dichiarò il padre della fitologia romanza, Federico Diez; e di recente, contro il dubbio d'un solo, il sign. Stengel, inteso a riconoscervi una leggenda arieggiante il romanzo d'avventura di Durmari che s'innamora della regina d'lrlanda senza sapere né come si chiami né ove dimori, lo sostenevano due valenti cultori degli studi romanzi, i signori Stimming e Suchier.

V.
Giaufré Rudel è dunque della storia. Ma se ne sa ben poco, solo quel tanto che aiuta e conforta a mantenerlo nella luce poetica, in cul l'avventura sua e le memorie dei prossimi lo collocarono. Usciva della casa del conti d'Angouleme: contea cominciata nell'839 con Turpione, che finì nel 1305 con Ugo decimoterzo per esser riunita da Filippo il bello alla corona di Francia e dare il titolo a principi del sangue reale; al Valois che fu poi Francesco primo, all'ultima Delfina, la tragica figlia di Maria Antonietta. Nel 1048 Giaufré conte d'Angouleme morendo lasciava spartito tra cinque figliuoli il dominio: a Giaufré Rudel secondogenito toccava il principato di Blaye. Da questo primo Rudel proveniva, non so in qual grado, nascendo poco avanti o poco dopo i primi venticinque anni del secolo decimosecondo, il principe trovadore. Visconte d'Angouleme, fu signore di Blaye, la Blavia del romani, su la riva diritta della Gironda ove il fiume s'allarga quattro chilometri. Blaye era allora superba di serbare nell'abazia di San Romano la tomba di Cariberto figlio di Clotario, e più quella di Rolando, che fu suo signore. Dopo la rotta di Roncisvalle, secondo la leggenda, Carlo Magno recò in nave su la Gironda il corpo di Rolando e degli eroici compagni Oliviero e Turpino, e li ripose in San Romano; quello del nipote, con la spada Durandal presso il capo e con a' piedi il famoso corno d'avorio. La canzone di gesta canta:
In bianchi sarcofaghi fece mettere i signori a San Romano: là giacciono i baroni: i francesi il raccomandano a Dio e ai Santi.
Al nostro secolo Blaye fu ricordata per la prigionia che vi sostenne la duchessa di Berry nel 1832, quando il re borghese volle togliere forza alla pretendente pubblicando che in lei la donna avea vinto la regina. Più leggiadre cose otto secoli a dietro si facevano nel luogo della cittadella di Blaye: Giaufré il signore vi componeva canzoni. Sono sei, e tutte d'amore. Salvo che in una su 'l finire il poeta prende congedo dalla donna amata, così :
Amore, allegro mi parto da voi, perché vado cercando il mio meglio, e di tanto sono avventuroso che ne ho lieto il cuore, la mercé del signore mio buono che mi vuole e mi chiama ... Chi si rimane di qua e non segue Dio in Betlem, non so come sia mai prode e come possa venire a salvamento.
La canzone dalla prima stanza apparisce composta di primavera. Ora Ludovico settimo re di Francia la notte di natale del 1146 nell'assemblea di Bourges aveva annunziato l'intenzione sua di fare l'impresa di Terrasanta: nel febbraio del '47 Bernardo di Chiaravalle predicava per le terre francesi la croce: nel giugno partì dalla Francia l'esercito crociato: Giaufré Rudel, come doveva un buon successore di Rolando, era di quella spedizione. Marcabruno trovadore gli accompagnava una canzone di cortesia con questo invio:
Il verso e il suono voglio trasmettere a sir Giaufré Rudel oltre mare, e voglio che 1'abbiano i francesi per lor coraggio allegrare.
Delle altre canzoni di Rudel due cantano ancora d'un amore gioito o penato da vicino; tre d'un amore lontano, non veduto, sognato co 'l cuore: e queste, a parer mio, si riferiscono tutte all'avventura con la contessa di Tripoli.

VI.
Giaufré Rudel, poeta per felice disposizione dello spirito, di suo stato principe feudale, fu dell'ordine più alto dei trovadori, di quelli cioè che non pur cantavano solo per genio ed onore, ma nei sentimenti nel costume nell'arte della eavalleria esercitavano un'azione d'eccitamento ed avanzamento. Tali erano stati pochi anni innanzi Ebles visconte di Ventadorn e Guglielmo nono conte di Poitiers e duca di Aquitania, tale era Rambaldo terzo conte di Orange, tale fu poco di poi Riceardo Cuor di Leone conte di Poitiers e re d'lnghilterra. Rudel componeva a mezzo circa il secolo decimosecondo; e, tra i nomi dei trovadori che rimangono è per età il quinto, se pur non il quarto. Gii fu coetanco Marcabruno della stessa provincia, primo a ricercare nella sottigliezza nella peregrinità fin nella oscurità effetti e modi nuovi al verso: più giovine di poco Bernardo di Ventadorn, limosino, il più tenero elegante e imaginoso del trovadori. Apparteneva Rudel alla scuola, mi sia lecita questa denominazione moderna, di Guascogna, scuola precoce, indipendente, che la finezza della espressione e della rima spinse poi al più alto grado dell'arte o dell'artifizio con Arnaldo Daniello, il trovadore dotto, ammirato e imitato da Dante e dal Petrarca. Ma di Rudel nell'antica biografia è detto che il fece buoni versi con cari suoni e poveri motti: il che nel linguaggio tecnico d'oggi significherebbe che nella poesia aveva il movimento dell'affetto, che la sua poesia vestiva egli stesso di bella musica, ma che nello stile e nella forma non aveva la ricercatezza, prevalsa dopo la morte di lui, della rima e della frase. Rudel era più semplice perché più antico, benché già cominciasse a giuocar qua e là di parole con quell'abilità che a noi par fredda e fu un bisogno e un carattere della lirica d'amore cavalleresca.

La lirica provenzale, dopo il dominio del cristianesimo e nel momento di coesione della nuova società uscita dai mescolamenti delle immigrazioni germaniche per mezzo le genti latine, apparì prima produzione di poesia soggettiva in una lingua volgare dell'occidente romano. Fu poesia d'una classe privilegiata e ristretta; e svolse il motivo più astratto, più astruso, più complicato, più arduo, l'amore, come principio di civiltà, al di fuori della famiglia e quasi della natura, in una società di cavalieri, sorta dalla forza e conservantesi con la gentilezza. E tale lirica, che doveva propagare nelle corti idee e sentimenti così stranieri alla coscienza popolare, erasi pur allora staccata dalia materia prima della poesia popolare d'un paese, che su 'l fondo gallico sostenne quindi un'antica e durevole stratificazione greca e quindi una forte e feconda stratificazione romana con sopra un'alluvione visigotica. Se non che nelle Gallie meridionali l'elemento germanico può aver conferito a informare l'ideale cavalleresco misto di feudale e religioso, ma nella lirica sì popolare sì cortigiana non ne traspirò fiato. Della poesia popolare anteriore la lirica dei trovadori serbò su le prime qualche sentore in certa freschezza di rappresentazione, in certi tocchi di passione, nel taglio del verso più raccolto e andante con passo monotono per brevi coble o stanze. Rudel tiene ancora un poco dell'attaccamento al canto popolare; ma già è spuntata a' suoi giorni e già cresce ne' suoi versi l'arte della canzone aulica perfetta.

La canzone fu a' trovadori la forma poetica per eccellenza, né altra materia accogliea che d'amore. E come l'amore era il sentimento più alto della cavalleria e il più produttivo di quell'entusiasmo che dovea rapire i nobili animi a ben pensare e ben fare, cosi la poesia e l'arte non potevano mai essere abundanti e ricche tanto che bastasse all'adornamento della canzone. Ma quest'abondanza era più ch'altro di forme, perché la condizione del sentimenti d'amore nella convenuta idealità cavalleresca rimaneva sempre la stessa, escludendo altri modi di passione o d'entusiasmo diversi da quelli assegnati nei codice dell'uso. Qua e là irrompeva la natura buona e bella; e in certe coble di desiderio d'invocazione e di addio l'anima attratta vorrebbe credere ad un'eco del canti della colonia greca su 'l bel mare di Massilia; e in altre tutte ferventi del godimento della vita rivive forse il calore della rumorosa espansione gallica. Ma ciò che più proprio ebbero lo spirito gallico e il greco e il romano misti nello scadimento, cioè l'acutezza e lo sfoggio nei concetti e nei sensi, e il giuoco e lo sforzo del giuoco nell'uso e nell'abuso del vocaboli e del suoni, quell'abilità della parola che presto empié di retori galli le scuole di Roma e trasse gli oratori a impallidire dinanzi l'ara di Lione e produsse gli ultimi panegiristi e gli ultimi poeti dell'impero, quell'abilità della parola rifiorisce di pien medio evo un tal poco nella canzone provenzale. Nella quale la rima piena, ricca, varia, difficile, rara, che si raddoppia, s'intreccia, si propaga per echi, con un calcolo di consonanze e desinenze verbali e nominali, maschili e femminili, mescolate, opposte, assortite, non pure incatena più versi, non pur riapparisce in mezzo ai versi, ma domina e lega tutte le stanze riproducendosi dalla prima nelle altre, senza turbarne l'ordinamento, con disposizione varia, tanto che in fine la canzone resulta un solo sistema di rime in tanti mazzi di versi legati con eleganza in agile armonia. Ora certe proprietà singolari di sì fatta lirica non possono nel concetto moderno della poesia aver più valore, e i pregi di forme e di suoni in una traduzione si perdono. Giaufré Rudel, con tutta l'aureola, che lo irraggia, di confessore e martire dell'amore, rischia di passare innanzi alle signore per un povero poeta. E grande, oh! non fu, ma fu del primi dell'età nuova; e di quell'ippocrene cavalleresco non dispiacerà, spero, gustar qualche stilla.

La primavera, sfiorita oggi in troppi versi, era già mortificata in quelli de' trovadori. Ma Rudel, dal chiuso inverno del castello feudale uscendo su le belle rive della Gironda, la sentì con freschezza. La sentì nella gioia dell'essere:
Quando il rusignuolo entro le foglie dà amore e ne chiede e ne prende e move il suo canto allegro e giocondo e spesso riguarda la sua compagna, e i ruscelli son chiari e i prati son vaghi, allora, pe 'l novello placere che regna nel mondo, gran gioia vienmisi a posare nel cuore.
La sente come ispiratrice di poesia:
Assai ho intorno a me insegnatori del canto, prati e verzieri, alberi e fiori, trilli e lai d'uccelli per mezzo a dolce stagione soave. Quando il ruscello scaturendo di fonte schiarisce, e apparisce il fiore della rosa selvatica, e il rusignuolo tra i rami modula e ripete e splana e affina il dolce suo canto, è ragione che anch'io ripigli il cantar mio.
Dei fatti dell'amore, Rudel in alcun luogo rende con efficace novità l'impazienza del rivedere:
Di questo amore tanto io son cupido, che, quando più corro verso lei, mi pare di tornarmene indietro e che ella vada fuggendomi; e il mio cavallo andando verso lei è si lento che difficile sarà omai raggiungerla, se amore non la mi fa rimanere.
E con nativo accoramento esprime la gelosia:
Lungi è il castello e la torre ov'ella si posa e il suo marito... E più me ne cresce il dolore perché io odo lei essere in luoghi agiati; che tanti non faccio io sospiri e pianti, quanti ella per disposizione di destino dà baci.

VII.

Questo è del pochissimi luoghi della lirica provenzale ove apparisca ingenuamente la gelosia pe 'l marito. Nella poesia cavalleresca l'amore è fuori del matrimonio e incurante del matrimonio. Fu detto e ridetto che a formare il culto, come si convenne chiamarlo, della donna, quale appa. risce nella società cavalleresca, concorsero per una parte lo spirito cristiano e per l'altra la tradizione germanica. Io credo che il motivo più prossimo ed efficace fosse la barbarie del matrimonio nella società feudale. Le donne - primo osservò Claudio Fauriel - nel mezzogiorno della Francia erano abili a posseder feudi: per ciò le nozze servivan di mezzo ad afforzare i dominii e arrotondare i possedimenti, furono al più considerate come trattati d'alleanza tra due case. Unioni così fondate sopra interessi e computi di convenienze si disfacevano innanzi ad altri interessi e computi che sopravvenissero maggiori e più utili. Quindi nessuna considerazione alla donna come moglie e madre: quindi la scandalosa frequenza dei repudii, a cui la Chiesa troppo facilmente prestavasi: e quindi, essendo l'amore nei suo più alto senso un bisogno degli animi quanto più sono privilegiati di nobiltà da natura e per educazione, quindi la riazione, e non di sole le donne, a riporre il perfetto amore fuori del matrimonio. "Ciò che le donne soffrivano come mogli spiega fino a un certo punto ciò che esigevano e ottenevano come dame dai cavalieri": sono parole del Fauriel. L'ammirazione ch'è in ogni anima ben fatta per la bellezza virtuosa e conoscente, il rispetto e la difensione ch'era nei doveri della cavalleria innanzi alla debolezza potentissima della donna, l'influenza della donna che non potendo dominare vuol essere adorata, esaltarono in quelle condizioni domestiche della società feudale le speranze i desideri la devozione dell'amore fino a convertirli in un entusiasmo, che fu il principale movente d'idee e d'azioni per una parte magnanimamente disinteressate e per un'altra aliene assai dal nostro modo di vivere e di pensare.

Strano dee parere oggi ai più l'innamoramento di Giaufré Rudel per udita. Ma nelle constituzioni, per cosi dire, dell'amore cavalleresco prevaleva la intenzione morale. Cosi cavalieri e poeti non amavano per incontro di subite simpatic, ma nella elezione delle signore dei lor pensieri preferivano le dame cile più avessero nome di grazia, di cortesia, di virtù. Onde, a mezzo il secolo decimosecondo, in quella meravigliosa stagione che fu il fiore del medio evo, in tale esaltamento di animi che respiravano di generazione in generazione l'entusiasmo e l'avventura, Giaufré Rudel, gentiluomo di razza, poeta di natura e guascone, poté eleggere ed amare e cantare, senza conoscerla d'appresso, una dama della più gloriosa nobiltà occitanica, trapiantata nelle mistiche plaghe d'oriente, la cui fama di bellezza e virtù, attraente dalla lontananza, più grata, come vedremo, nella sventura, tornava. a risplendere con mite fulgore su la madre patria. Attenuata cosi l'apparente stranezza dell'amore di Rudel, vien poi ridotta nei termini del naturale da questo, che il principe trovadore navigò ad ammirare e adorare in effetto e da presso la donna celebrate da lontano: che se morte lo colse, ciò non fu certo per piacer suo, ma la natura aggiunse la idealità che vien dalla morte in tali circostanze alla realità d'un fatto, che del resto era nei sentimenti e nel genio del secolo.

Delle canzoni dedicate da Giaufré Rudel all'amore lontano una ve n'è che resiste, credo, al tempo e può anche oggi piacere. Niuna abilità di verseggiatura potrebbe affrontare la bellissima costruzione di quelle stanze a novenari, cosi ben variati e rispondentisi nelle cesure, con le stesse rime per tutta la canzone e con la iterazione, a indicare il pensiero doninante, della voce lonh [lungi] in ogni stanza. Possa da una fedele versione in prosa spirare almen l'alito, come profumo di fior secco, della rêverie del secolo decimosecondo.

Allorquando i giorni son lunghi in maggio, placemi un dolce canto d'augelli di lungi, e quando indi mi parto ricordami d'un amore di lungi: vo chiuso nell'animo e chino, sì che né canto d' uccelli né fiore di biancospino mi piace più che verno gelato.

Già mai d'amore non mi allegrerò se non mi allegro di quest' amore di lungi, che più gentile e migliore io non ne conosco in veruna parte nè presso né lungi: tanto è verace e fino il suo pregio, ch'io vorrei lì nel regno dei saracini esser chiamato prigione per lei.

Triste e lieto mi partirò quando vedrò questo amore di lungi; ma non so l'ora che la vedrò, perché le nostre terre troppo sono lungi; assai vi ha passi e cammini tra mezzo e per ciò non sono indovino; ma tutto sia come a Dio piacerà.

Ben tengo per verace il Signore che formò quest'amore di lungi; ma per un bene che me n'avviene nl ho doppio male, ché tanto son lungi. Ah ch'io fossi là pellegrino, sì che il mio bordone ed il saio fossero da' begli occhi di lei rimirati.

I Ben mi parrà gioia quando io le chiederò per amor di Dio l'albergo là lungi, e, se a lei piace, albergherò presso di lei se bene io mi sia di lungi: allora le parrà dolce conversazione, quando il lontano amatore le sarà tanto vicino che goderà sollievo di belle parole.

Dio, che fece quanto viene e va e formò questo amore di lungi, mi dia potere, ché il cuore io ne ho, di vedere in breve l'amore di lungi ...

VIII.
Questo amore di lungi ebbe per oggetto, secondo la tradizione storica, una contessa di Tripoli. Tripoli in Siria, presa dai cristiani crociati nel 1109, fu constituita contea in vassallaggio al regno di Gerusalemme e data a Bertrando figlio d'un dei condottieri della crociata, Raimondo di San Gilles conte di Tolosa: fin che, mancata la discendenza nel I200, passò al principato di Antiochia. In vita di Rudel, conti di Tripoli furono: dal 1137 al 1152 Raimondo primo, ed ebbe in moglie Odierna nata di Baldovino re di Gerusalemme; dal 1152 al 1187 Raimondo secondo, ed ebbe in moglie Eschiva dama di Tarbia. Tra i molti che scrissero di Rudel solo il sign. Suchier vuole che la donna da lui invocata fosse Odierna, e 1' amore e la morte fossero nel 1147; nel quale anno egli crociatosi sarebbe passato in Palestina non per terra con la spedizione del re di Francia nel giugno, ma per mare su la fine d'agosto con Alfonso Giordano conte di Tolosa e Bertrando suo figlio. In questa opinione il sign. Suchier fu indotto particolarmente da due versi d'una delle canzoni su l'amore lontano, nei quali sono ricordati il conte di Tolosa e ser Bertrando. Ma i due versi altro non dicono se non che la canzone sarà udita in Quercy da ser Bertrando e dal conte in Tolosa: da cosi poco a indurre che Rudel fosse della spedizion tolosana il passo è ardito. Fosse pure stato: non a pena sbarcò a Tripoli morì. Ma come allora il trovadore Marcabruno avrebbe potuto inviare la sua già ricordata canzone a sir Rudel "oltre mare, sì che l'avessero i francesi per rallegrarsene"? Nel 1147 Giaufré Rudel fece sì il passaggio in Terra santa crociato, ma con la spedizione francese, e ne tornò. Un secondo passaggio lo fece nei 1162, come afferma il biografo Nostradama che può avere attinto a pura fonte la notizia dell'anno, e lo fece per amore di Melisenda, come porta la leggenda, e la storia può ammettere.

Melisenda, figliuola di Odierna e del primo Raimondo conte di Tripoli, ebbe il nome dalla sorella di sua madre, la Melisenda primogenita di Baldovino primo, famosa nella storia della Palestina feudale come quella che pei trent'anni ebbe parte al governo nei regno di Folco d'Anjou suo marito e di Baldovino secondo suo figlio. Melisenda di Tripoli, "fanciulla di mirabile creanza", come la descrive il maggiore storico del regno cristiano in Siria, Guglielmo arcivescovo di Tiro, era nel 1161 dimandata a nozze da Manuele Comneno imperatore di Costantinopoli. Magnifico l'apprestamento e il corredo: grande la spesa: tutti i principi del regno di Gerusalemme eran convenuti alla corte di Tripoli: dodici navi aspettavano, pronte a trasportare la cugina del re di Gerusalemme nella reggia di Eudossia e Teodora: quando l'imperatore greco ruppe il trattato e ripudiò la sposata. Di che subito andò la fama presso e lontano; e, in onta alla perfidia del Comneno, innalzò le grazie e la virtù della vergine latina. La sventura cresce lume alla bellezza, e la donna è perfetta quando ha pianto. Cosi avvenne che tutta Francia, e particolarmente il paese del trovadori, di cui era splendore la famiglia del conti di Tolosa, risuonasse del nome e delle lodi di Melisenda contessa di Tripoli, tanto che il signore di Blaia ne innamorò e messosi in mare per vederla morì.

IX.
La pietosa storia di Giaufré Rudel e di Melisenda anche se non offerse il primo germe all'idillio classico romantico del Leopardi, toccò le fantasie d'altri poeti del primo mezzo di questo secolo più naturalmente romantici: nominatamente, de' due maggiori nella nazione che del romanticismo ebbe la idea e la espressione più vera, Ludovico Uhland ed Arrigo Heine. L'Uhland, cosi fresco e agile, cosi immediatamente puro e potente, quando raccoglie e modula il canto popolare del suo paese e le leggende del medio evo germanico, apparisce quasi sempre inferiore ove prende a rinnovare argomenti del medio evo francese o più largamente letterario. Allora anche il poeta della Figliuola dell'ostessa contraffà e sopraffà con la retorica; né v'è peggio retorica di quella dei romantici, con le sue apostrofi e gl'impennacchiamenti. Anche dalla romanza di Uhland, come da parecchie così dette ballate francesi e italiane, traspira un sentore di stantio riscaldato, a quel modo che da vecchi mobili verniciati a lucido di coppale o da certe gale che la povera gente usa ritinte. Rimangono belle alcune strofe, nelle quali la disposizione ideale è ritratta con sentimento per altro tutto moderno.

Nessuno poteva sapere come si chiamasse o dove vivesse la donna che volava sovrurnana nelle canzoni di Rudel, però che solo nel segreto della notte ella appressava al poeta, non toccando terra, labendo senz'orme in guisa di sogno: se egli voleva cingerla delle braccia, ella dileguavasi nelle nuvole, e a lui i dolci canti tornavano in pianti e in sospiri. Marinai, pellegrini, cavalieri crociati recarono allora novella come la contessa di Tripoli fosse la corona delle donne; e ogni volta che Rudello ciò udiva, sentia battersi il .cuore; ed era attratto verso la spiaggia ove i battelli posa vano pronti. Mare, infido agitato mare, senza fondo e senza confini, bene fluttua su il mobile tuo deserto il vago vaneggiare del desiderio.

Arrigo Heine non osò affrontare la prova del racconto; ma con una di quelle sue trovate profonde d'intimità fantastica e psicologica imaginò gli arazzi istoriati del castello di Blaye mossi e mormoranti ai buffi del vento una notte al lume della luna, e rappresentò in atto la visione che potrebbe farsene nelle circostanze d'un vecchio castello disabitato la superstizione del popolo impaurito degli spiriti ritornanti o l'insonnia e l'allucinazione d'un ammalato nel sistema nervoso, com'era egli il poeta quando scriveva il Romancero. Al quale appartiene la romanza che mi permetterò di volgere in prosa, ed è una delle gemme più veramente poetiche di quel doloroso libro. La prosa toglierà certo assai a questo cominciamento narrative.

Nei castello di Blaye veggonsi alle pareti gli arazzi che la contessa di Tripoli ricamò un giorno con industri mani
Tutta l'anima sua ella vi ricamò: e pianto d'amore fatò l'opera di seta, che rappresenta questa scena :
Come la contessa vide Rudel spirante giacere su 'l lido, e subito nei tratti di lui riconobbe l'Ideale del vago suo desiderio.
Anche Rudel vide allora la prima e l'ultima volta in effetto la dama che spesso lo aveva incantato nei sogni.
La contessa si china su lui, lo tiene amorosamente abbracciato, e bacia nei lividor della morte la bocca che sì bene cantò le lodi di lei.
Ahimé, il bacio del ben venuto fu insieme il bacio dell'addio ....
Nei castello di Blaye tutte le notti si sente un tremolio, uno scricchiolio, un susurro: le figure degli arazzi cominciano a un tratto a vivere.
Il trovadore e la dama scuotono le addormentate membra di fantasimi, scendono dal muro e passeggiano su e giù per la sala.

Così in questa prima parte della romanza l'avventura del medio evo, come fatto, è confinata negli arazzi ; dal cui movimento in circostanze fantastiche la poesia si infervora a vederne l'idea, a udire e dire ciò che la narrazione storica non poteva. La seconda parte non è più né della età di mezzo né della moderna: è il dialogo d'amore di tutt'i tempi; il dialogo d'amore che sola omai la poesia può non so se sperare o imaginare che duri oltre il tempo. La prosa toglierà, credo, assai meno a questa parte, ove la poesia è così alata e armoniosa nell'incontro del dialogo, che poco o nulla sente il bisogno del verso e della rima.

Segreti bisbigli, dolci scherzi, accorate e soavi confidenze e cortesie postume del tempo del trovadori.
- Goffredo! Il morto mio cuore è riscaldato dalla tua voce: nei carboni da lungo spenti risento ancora una scintilla.-
- Melisenda! felicita e fiore! Quando io ti guardo negli occhi, io rivivo: morto è soltanto il dolor mio terreno, il guaio umano. -
- Goffredo! Un giorno noi ci amammo in sogno, e adesso ci amiamo lo stesso nella morte. il dio Amore fa questo miracolo. -
- Melisenda! Che è il sogno? che è la morte? Vane parole. Sol nell'amore è il vero; e io ti amo, o eternamente bella.
- Goffredo! Come si sta bene qui in questa placida sala illuminata dalla luna! Non vorrei più uscirne a passeggiar fuori nel giorno ai raggi del sole. -
- Melisenda! cara folle! Tu sei tu la luna e il sole: dove tu passi, fiorisce la primavera, sbocciano le delizie dell'amore e del maggio.

Cosi favellano, cosi passeggiano quelli amorosi spiriti, mentre il lume della luna guarda traverso le finestre a volta:
ma viene al fine 1'aurora, e caccia la leggiadra apparizione: spaventate le due ombre si dileguano strisciando su 'l muro nella tappezzeria.

Dopo ciò, dell'amore e della morte di Giaufré Rudel potrà egli essere ancora tentato il racconto in poesia? Forse: da chi avesse del medio evo la percezione storica insieme e il sentimento artistico; da chi al fondo drammatico sapesse dare un finissimo e sfumato rilievo musicale senza fronzoli e senza pennacchi; da chi anzi tutto sentisse il rispetto a ciò che v' è di sublime nella poesia dell'amore. La quale traversa, leggiadra e immortale giovine, di secolo in secolo: in vano gli uccelli palustri schiamazzano per desturbarne il volo negli stagni : ella si alza e refugia nella regione delle aquile e dell'aurora.

 

BIBLIOGRAFIA e SCRITTI

su Jaufré Rudel


NOTIZIA BIOGRAFICA PROVENZALE del secolo XIII
RAYNOUARD, Choix des poesies originales des Troubadours, Paris, Didot,1817: V, 165. - Parnasse occitanien, Toulouse, Benichet, 1819: pag. 19.- MAHN, Die Werke der Troubadours, Berlin, 1846: 1. 61. BRINCKMEIER, Blumenlese aus den Werken der Troubadours, Halle, Schwetschke, 1849: pag. 73. - MAHN, Die Biographien der Troubadours in provenz. Sprache.. Berlin,Duemmler, 1866: pag. 2. STIMMING, Der Troubadour Jaufre Rudel, sein Leben und seine Worke, Kiel, Schwers, 1873 Pag. 40. - G. GALVANI, Novellino provenzale (Curiosità letter. CVII), Bologna, Romagnoli, 1870: Peg. 14 e sgg.

CANZONI
Parnasse occitanien, 20. - RAYNOUARD, Choix des poesies originales des Troubadours, III, 95-103. - MAHN, Die Werke der Troubadours, 1, 61-66. - BRINCKMEIER, Blumenlese etc. 77 e 101. - MAHN, Gedichte der Troubadour, 1, Berlin, Duemmler, 1856: pp. 88, 143, 148. - BARTSCH, Chrestomathie provençale, Elberfeld, Friderichs, 1868: pag. 61. - STIMMING, Der Troubadour Jaufre Rudel etc. pp. 40-59.

TENZONI O GIUOCHI PARTITI NEI QUALI J. R. E' RICORDATO
P.MEYER Les derniers Troubadours de la Provence, In Bibliothéque de L'école des chartes: t. V, sixieme série, Paris, 1859: pp. 474-480. - MAHN, Gedichte der Troubadours, III, Berlin, 1864. pp. 169-70.

TESTIMONIANZE
FR. PETRARCA, Trionfo d'amore, IV, 52. - ALESS. VELLUTELLO, Esposizione del Petrarca, Venezia, Zanetti, 1533. - GIOV. ANDREA GESUALDO, Esposizione del Petrarca, Venezia, Nicolinil da Sabio, 1541. - M. EQUICOLA, Libro di natura d'amore, Venezia, da Sabio, 1527: pag. 174. - AG. NIFO, Libri duo. De pulchro, primus. Do amore, secundus. Lione, Bernigos, 1549: pag. 67.

BIOGRAFIE E STORIE LETTERARIE
Primo periodo
J. DE NOSTRA DAME, Les vies des plus célèbres et anciens poètes provençaux, Lyon, 1575: pag. 23. - Le vite delli più celebri et antichi primi poeti provenzali ecc., racc. e in lingua franzese da Gio. di Nostra Dama poste, et hora da Gio. Giudici in italiana tradotte, Lione, Aless. Marsili, 1575: pag. 23 e segg. - Le vite de' più celebri poeti Provenzali scritte in lingua franzese da Gio. di Nostradama e trasportate nella toscana e illustrate ... accresciute dal can. Gio.MARIO CRESCIMBENI, in Comentarj del can. G. Crescimbeni intorno alla istoria della volgar poesia, Volume secondo, parte prima, Venezia, Baseggio, 1730: pp. 11 e segg. - K. BARTSCH, Die Quellen von Jean de Nostradamus, in Jahrbuch fuer romanische und englische Sprache und Literatur, Xlll, Leipzig, Teubner, 1874: pp. 20 e segg. - G. M. CRESCIMBENI, Istoria della volgar poesia, ediz. cit. 1, 6 - ANT. BASTERO, La Crusca provenzale, Roma, De' Rossi, 1724: pp. 61 e 84. - PAPON, Histoire generale de Provence, Paris, Montard, 1778: II, 444 e segg. - MILLOT, Histoire literaire des Troubadours, Paris, Durand, 1784: 1. 8,5 e aegg. - Hisfoire littdrair.. do la Francr XIV, 559-569 [La biografia di J. R. è di P. L. GINGUENE] - SismoNDi, De la litter. du midi, Bruxelles, Dumont, 1837: I, 66 e segg. BRUCE-WHITE, Histoire des langues romanes et de leur liter., Paris, Treuttel ei Wuertz, 1841: II, 239 e segg.
Secondo periodo
FR. DIEZ Leben und Werke der Troubadours, zweite Vermerte Auflage von K. Bartsch, Leipzig, Barth, 1882: pp. 43, 46 e segg. - Nouvelle Biographie générale, t. XX, Paris, Didot, 1857: pp. 19 e segg. [L' articolo è di L. Desalles]. - A. STIMMING, Der troubadour Jaufre Rudel, sein Leben und seine Werke, Kiel, Schwers, 1873. - H SUCHIER, Recensione della monografia di A. Stimming, in Jahrbuch fuer die romanische und englische Sprache und Literatur, Xlll, Leipzig, Teubner, 1873: pp. 337 e segg. - H. SUCHIER, Der Trouibadour Marcabrun, in Jahrb. fuer romanische und engl. Spr. und Liter. XIV, Leipzig, Teubner, 1874 [discorre anche di Rudel e della contessa di Tripoli].

MELISENDA
GUGLIELMO ARCIV. DI TIRO, Historia rerum in partibus transmarinis gestarum etc. lib. XVIII capp. xxx-xxxiii: In Recueii des historiens des Croisades, Paris, 1844, t. I part. 2.

ALTRE OPERE GENERALMENTE CONSULTATE
FR. DIEZ, Die Poesie der Troubadors, Zwikau, Schumann, 1826. Trad. de l'allemand et ann. par FERD. DE ROISIN, Lilla, Vanackére, 1845. - E. FAURIEL, Histoire de la poesie provençale, t. 3, Paris, Duprat, 1847. - BARTSCH, Grunndriss zur Geschickte der Provenzalischen Literatur. Elberfold, Friderichs, 1872. - CH. AUBERTIN, Histoire de la langue et de la littérature franç. au moyen age, Paris, Belin, 1876, t. 1.